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Dal mare del Sud all’inverno clarense

Mi chiamo Maria Rita Corsari e sono figlia del miracolo

Per voto di devozione mi chiamarono Rita, Maria Rita perché sono nata dopo dieci anni, per miracolo.  La notte mia mamma sognò una suora con un paio di scarpette in mano, un sogno premonitore. All’ultimo minuto i medici capirono che nel ventre non c’era un fibroma, ma una bambina bella e sana. Mia madre portò il cilicio con il saio per sei anni come voto a Santa Rita, la Santa patrona dei casi impossibili.

Maria Rita con la mamma

Era il 23 novembre 1941. Sono figlia della guerra e sono nata sul mare. Finiti i tempi della catastrofe, da maggio a ottobre tutti in spiaggia, gite in barca, a volte anche di nascosto, tuffi dallo scoglio 24 e passeggiate alla sera sul lungomare. Poi ho conosciuto Piero, così dopo il Liceo Classico ho lasciato l’università, certo mi è dispiaciuto e un po’mi sono pentita.

Da Salerno a Milano per conoscere i miei futuri suoceri

Maria Rita e Pietro in piazza Duomo a Milano, 1961

Indossavo un vestito a righe azzurre con la sottogonna inamidata, cucito da mia mamma che faceva la sarta e la ricamatrice di corredi, ai tempi una dote preziosa. Piero ed io ci sposammo nella Chiesa di San Giovanni Bosco a Salerno e i festeggiamenti a Cava de’ Tirreni, alla Badia dei benedettini, tra la montagna e la costa, immersi nell’atmosfera quasi surreale dell’Abbazia della Santissima Trinità, con lo sfavillìo di tante candele accese. Pensavamo fosse una scenografia d’accoglienza per gli sposi invece non c’era la corrente elettrica quella sera!

Festeggiamenti del matrimonio a Cava de’ Tirreni

Mia madre era Donna Bianca, la marescialla
Mia madre la chiamavano la marescialla perché moglie di don Michele, un maresciallo. E in segno di rispetto la chiamavano anche donna Bianca. Aveva sedici anni meno di mio padre, ma in casa al comando c’era lei: quello diceva, quello facevamo. La gente ripeteva il detto, ma per noi era verità: “Voi siete privilegiate perché figlie della gallina Bianca”.

Maria Rita, la prima a destra, con le sorelle

Si sposò a sedici anni, si può dire passata dalle suore dove aveva studiato e imparato il punto smog e il nido d’ape al matrimonio.  Mio padre, in servizio a Salerno, si innamorò subito di quella ragazzina dallo sguardo gentile e le forme morbide.  Dimostrava più della sua età.  Nel tempo, invece ha sempre mantenuto un aspetto giovanile, mai un capello fuori posto, volpi argentate al collo -una rarità al tempo-, un cappello per ogni occasione.  Il trucco e le unghie laccate, sempre, fino alla morte quasi novantenne.

donna Bianca e il maresciallo

A Chiari negli anni Settanta in mezzo alla nebbia
Con la nostra Fiorella ancora piccola Pietro ed io ci siamo trasferiti da Milano a Salerno per qualche anno e, negli anni Settanta, l’arrivo a Chiari. La nebbia, il freddo, le strade polverose, i palazzi fatiscenti, dalla rata in inverno non si poteva scendere a piedi, per il ghiaccio o la neve. Mi stavo ammalando di solitudine. Le sere d’estate però la via Zeveto con i bar, trattorie e osterie aperti, la gente seduta ai tavolini fuori e persone avanti e indietro a passeggio, mi sembrava la via Veneto della “Dolce vita” di Fellini.
Ero abituata a Salerno, ogni rione il suo mercato, lo chiamavano mercato americano per i rivenditori di vestiti, scarpe e tante cose utili provenienti dall’ America nel dopoguerra. E’ stato proprio il mercato a Chiari tre volte la settimana  centro storico e in piazza delle Erbe a salvarmi con i suoi colori, le stoffe, i vestiti di qualità – mi sono sempre piaciuti- due parole con qualcuno, persone alla mano, mi dicevano che ero simpatica con quella  mia pronuncia forestiera.  Insomma il martedì, giovedì e sabato, dopo aver accompagnato a scuola Fiorella facevo il mio giretto al mercato passando per via Zeveto, con panetterie e salumerie, la lattaia e la pollivendola, la merceria.

Tanta musica balli e giochi negli anni di Salerno
Nelle giornate grigie, la mia mente ripercorreva gli anni di Salerno quando si ballava sulle terrazze dei palazzi, balli così, come viene viene, tipo il ballo dell’orso con libertà nei movimenti e il gioco della scopa, si dava la scopa e ci si prendeva la ballerina. I primi dischi in vinile a 33 giri al minuto sul  giradischi con la puntina che attraversava i solchi tracciati sopra, mentre il disco girava, ci facevano impazzire. Siamo cresciuti con la musica sincopata, che ti faceva venire voglia di muoverti anche se non sapevi ballare. Una ventata di novità ce l’hanno portata i cantanti americani The Platters con Only you, Pat Boone, faccia da bravo ragazzo, e Dean Martin di origini italiane.  E poi i cantanti melodici come Claudio Villa per i lenti ballabili. A me piacevano gli Urlatori, andavo matta per Toni Dallara Come prima, più di prima ti amerò, per la vita, la mia vita ti darò… E che dire di Paul Anka? Oh Diana solo tu mi conquisti sempre più / non c’è al mondo credi a me chi mi piaccia più di te.

Feste, compleanni e onomastici
Eravamo sempre in tanti, nelle nostre feste in grande. Pastiere di grano con ricotta e acqua di fiori d’arancio, babà al rum, la pasta choux per piccoli bignè alla crema e le zeppole di San Giuseppe, paste grandi come una mano distribuite sulle lunghe tavolate.  La cucina salernitana è simile alla napoletana. Sulla tavola delle feste di Natale da sempre non mancano gli struffoli, palline di pasta fritta con sopra una colata di miele caldo e i diavolini colorati, le caramelle natalizie, il sanguinaccio, con sangue di maiale, cioccolato fondente e i pinoli.

Al nord in cerca di ingredienti e sfilatini
A Chiari non trovavo la pasta liscia, per una cottura al dente più uniforme. Mi sono però abituata a quella rigata che assorbe bene il sugo. Per il pesce, mi sono sempre accontentata, figuriamoci che a Salerno le alici, le triglie un pescatore te le portava sotto casa con la carretta. E il pane? Chiedevo gli sfilatini. Tutti a casa mia volevano il cozzetto, la punta croccante. Niente. Per non parlare delle salsicce di puro suino con il finocchietto. Qui vedevo piatti più scialacquati: pastasciutta, minestrina, risottino.

Una cucina più saporita e varia
Non serve molto, solo un po’ di inventiva, prendi la pasta e ogni volta cambi: pasta e piselli, pasta e carciofi, con peperoni o asparagi in base alla stagione, riso e verza, riso e lenticchie.
La pasta e patate si prepara con la cipolla e con le foglie del sedano, ho visto che molti eliminano le foglie, invece sono proprio quelle che danno sapore. Cucino il ragù  con le braciole, fettine di carne arrotolate al sugo, è insieme primo e secondo piatto saporito. Donna Bianca preparava la minestra maritata con verdure e il vucculare, la parte del collo del maiale. La zia Lisa sarebbe arrivata a piedi da Vietri per gustare quel sapore un po’ amarognolo della cicoria, del cavolo nero e la scarola, col profumo della carne che faceva venire l’acquolina a tutta la via. E quando era stagione, una scorpacciata a fine pranzo con una bella mellonessa, un’anguriona dalla forma allungata, comperata sempre con la prova del tassello per essere certi che fosse dolce.     

 Cinquantasei anni clarensi senza vederli
Ma quando capita di tornare a Salerno, mi rendo conto che la mia vita è qui, a Chiari. Salerno rimane una città vivace, luminosa, un bel lungomare con le palme, i parchi e i giardinetti, una città calda di sole e di spiagge con una vista aperta sul golfo. Col tempo mi sono abituata al clima freddo dell’inverno clarense, alle passeggiate lungo il viale della Castrina, alla parlata stretta e cadenzata della gente di qui dal carattere un poco chiuso e a volte burbero, ma accogliente.
Quando abitavo nel centro storico mi piaceva assistere in prima fila dalla finestra alla sfilata in costumi d’epoca della rievocazione delle Quadre medievali e alle coreografie acrobatiche degli sbandieratori a ritmo di tamburi, anche se da qualche anno non si esibiscono più in piazza, ma in cortei itineranti. Anche quest’anno come sempre aspetto settembre, andrò alla Quadra gialla di Zeveto. E dopo la sfilata un pane e salamina, almeno una volta all’anno, me lo gusto sempre volentieri.