"Uomini ignudi" Alle radici del pregiudizio e della passività - Recensione di Paolo Finzi

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Uomini Ignudi

“Uomini ignudi”/Alle radici del pregiudizio e della
 
passività

Re – Provate a guardarli... avete visto che faccia hanno? Avete mai visto uno di loro che vi sorride? Li avete sentiti come parlano?
Narratore – Quell'ometto dai corti baffetti neri riteneva che fossero nemici da combattere quelle persone che avevano un aspetto diverso dal suo che parlavano una lingua che non comprendeva.


Con queste parole si apre il testo Uomini ignudi.   Bella (e carsica) la storia di questo spettacolo.La prima teatrale si è svolta nel novembre 2009, ancora in fase di completamento, sul vagone Agorà di un treno per Auschwitz. Due le performance: per gli studenti in visita al lager di sterminio, la seconda per partigiani, ex deportati, alcuni sinti e rom, associazioni, gente comune anche loro in viaggio. In seguito, una decina le rappresentazioni in scuole e in altri contesti, con due diverse compagnie e regie, nelle provincie di Brescia e Bergamo.
Il testo della performance, scritto dalla nostra collaboratrice Claudia Piccinelli, è giunto alla sua terza regia, quella di Riccardo Colombini.
Ho assistito, lo scorso 25 gennaio, al teatro Lirico di Magenta (Milano), alla rappresentazione riservata ad alcune centinaia di studenti delle scuole superiori. Anche la replica serale aperta a tutti ha registrato un bel pienone.


L'argomento dello spettacolo è principalmente il Porrajmos, lo sterminio, lucidamente concepito e tragicamente realizzato dai nazisti, di circa mezzo milione di Rom e Sinti. Ma non solo: attenzione è dedicata anche agli handicappati psichici, agli omosessuali, agli ebrei. Gli stermini nazisti sono stati numerosi, “solo” due quelli contro popoli in quanto tali (ebrei e zingari). Anche i malati psichiatrici (i primi ad essere sterminati con il gas), i Testimoni di Geova, gli oppositori politici, i prigionieri di guerra, gli omosessuali, le donne “devianti e prostitute, le e gli “asociali” e altri ancora hanno avuto modo di passare per il camino.
Il Porrajmos: lo sterminio dei Rom e dei Sinti. Un tema di cui più volte si è parlato su questa rivista, che nel 2006 ha anche realizzato un doppio Dvd + libretto (”A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli Zingari”) divenuto poi un punto di riferimento e anche un materiale didattico presente in un numero crescente di scuole italiane. Oltre ad essere al primo posto nella bibliografia di riferimento per la stesura del testo di Uomini ignudi.
Lo spettacolo, nella sua nuova regia, mi è parso un po' sopra le righe, troppo gridato. Non facile da comprendere in tutti i suoi passaggi, forse anche per qualche problema di acustica, ma soprattutto per la forte caratterizzazione dell'uomo dai corti baffetti (Hitler), da parte dell'attore che lo impersonava. Anche l'uso dei dialetti, a tratti, non ha favorito la comprensione del testo così denso, preciso. Nitida, intrigante, equilibrata la recitazione delle due attrici-cantanti. Davvero notevoli le musiche scritte appositamente da Eugenia Canale e sovrapposte alle parole, come a sostenerle e a farle meglio entrare in circolo.
Leggendo il copione, mi sono ulteriormente convinto che simili testi necessitino di un ascolto “pulito”, asciutto, essenziale. La recitazione non dovrebbe, a mio avviso, rendere meno comprensibile il testo: dovrebbe fermarsi sulla soglia, senza strafare.

Magenta (Mi), Teatro Lirico, 25 gennaio 2016.
Spettacolo “Uomini Ignudi”
Da sinistra: Vaninka Riccardi, Matteo Curatella, 
Sara Cicenìa, Roberta Villa (attori), Eugenia 
Canale. (Riprese video: Sergio D'Antoni, 
estrazione fotogramma: Elisabetta Bozzi)

Il lavoro di ricerca e ricostruzione storica e poi l'intelligente scelta dei temi da trattare, operata da Claudia Piccinelli – che della memoria delle persecuzioni naziste si è occupata anche in altri contesti – sono l'elemento di massimo pregio dell'intera operazione culturale. Il tutto, in una visione storica che si incrocia con la sua sensibilità personale e sociale.
“Si tratta” – afferma l'autrice – “di un testo teatrale corale, costruito con fedeltà ai documenti, ordinanze, circolari ministeriali, testimonianze ai processi. Ho voluto indagare il rapporto vittima-carnefice, la criminalizzazione della vittima, il conformismo alla base dei genocidi. Favorire il coinvolgimento emotivo del pubblico, soprattutto delle giovani generazioni”.

Eugenia Canale, pianista
(composizione musiche e loro 
esecuzione in scena). 
(Foto: Oliviero Trezzi)

Emerge un messaggio sottotraccia, modesto, non invasivo, che dallo sterminio di questi popoli nomadi si dilata fino a comprendere il nocciolo duro dell' esistenza. Coinvolge le nostre singole esistenze e quelle collettive di cui ci troviamo ad esserne parte.
Mi riferisco alla responsabilità, innanzitutto quella individuale. Le nostre responsabilità nella società e, più precisamente, di fronte al male e alla concreta esistenza di quanti ne sono vittime. Magari proprio da parte di quelle strutture e persone che si identificano con lo Stato.
Mi viene in mente quella ricerca sociologica effettuata nell'immediato dopoguerra negli Stati Uniti da alcuni scienziati sociali (tra i quali Theodor Adorno), i quali nell'analizzare il fenomeno dell'antisemitismo (quando i forni dei lager avevano smesso da poco di funzionare) giunsero alla conclusione che a monte si trattava di identificare e analizzare la personalità autoritaria e tale fu il titolo scelto per il libro che raccolse i dati e le interpretazione del loro lavoro.
E non è un caso che Claudia Piccinelli faccia riferimento a un esperimento compiuto da uno psicologo sperimentale, Stanley Millgram, per studiare la genesi dell'obbedienza e del conformismo. Il suo studio mise in luce che le persone da sole o in gruppo possono dare attuazione a varie forme di distruttività e di male. Con o senza la consapevolezza di farlo.
Di questo denso retroterra culturale dell'autrice non si ha alcun pedante riscontro nella performance. Studi e riflessioni che però innervano l'intero discorso, al punto che la apparente frammentarietà tematica che ci si para davanti agli occhi nell'oretta di durata di Uomini ignudi si ricompone come un lucido percorso, unico e chiarissimo, che ha nell'appello corale finale “tu puoi fare” la logica conclusione e il massimo punto etico. Un radicale contrasto con lo svuotamento di responsabilità per i carnefici e di perdizione di se stessi per le vittime, che sono stati il segno della Shoah, del Porrajmos e di tutti gli stermini del nazi-fascismo. E non solo di quelli.
Come di tutti gli altri genocidi di massa.
Come – se si va a ben guardare – di tutte le politiche aggressive degli stati e dei loro epigoni.

Paolo Finzi

Un momento dello spettacolo (Foto: Marco Cavallarin)

Lo spettacolo è stato realizzato nell'ambito del progetto europeo Memoir. Evento locale promosso da Opera nomadi Lombardia e Anpi Magenta. 
Per contatti: www.claudiapiccinelli.it - Su questo sito è consultabile un estratto del testoUomini ignudi.

vedi link: Rassegna libertaria