MicroRicordi Sparsi

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Bambine e bambini

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Mi ricordo l’odore dei trucioli del legno

Mi ricordo la vestina della festa per la messa, la domenica mattina

Il fuoco di bivacco                       

Le tende verde militare e la cambusa dei campi estivi

Mi ricordo La piccola fiammiferaia

Gli occhiali di mia nonna Santina

E le sue mani

 

Mi ricordo in prima liceo gli striscioni

 Le giornate delle occupazioni

E Compagno di scuola di Venditti

“otto e venti, prima campana….e spegni quella sigaretta…

 E migliaia di gambe e di occhiali di corsa sulle scale…

E la Divina commedia, sempre più commedia…”

Mi ricordo la strage della stazione Centrale di Bologna

 

 

Mi ricordo i cartelloni dei Collettivi, il blocco degli scrutini

le versioni di latino

Le Clarks, i Ray-ban, le Camel, i Barrow’s

e le Espadrillas con i lacci

Mi ricordo il  motorino Ciao bianco della Piaggio

Lo spumone della latteria di via Larga

Il BigBen di piazza Rocca e la Castrina

 

 

 Mi ricordo la morte di  Luciani

 Le giostre a San Faustino

 La Tv dei ragazzi in bianco e nero

Mi ricordo il maestro Manzi

Le lezioni televisive di Italiano

L’odore delle Nazionali senza filtro

 

 La mia prima bicicletta rossa con la sella forse bianca

 Le foto in  costume nello studio Leni a carnevale

 Mi ricordo il referendum contro il divorzio e i cartelloni

 

 Mi ricordo l’odore del pane della colonia di Igea Marina

 La casa di via Pedersoli, grande,  un bel giardino

 E  la caldaia con la  stufa a carbone , il pavimento grigio

 Il sapore delle fragoline rosse selvatiche del giardino

 Le strade deserte delle domeniche di austerity

 I pattini a rotelle

 Mi ricordo gli inverni freddi

 Le mani congelate

 

Mi ricordo le lunghe trecce e i capelli con i nodi

“le lunghe trecce gli occhi azzurri e poi…

E la cantina buia dove noi…”

Mi ricordo la gelateria Renon

I coni grandi  con la panna spruzzata di cacao

 

Il tavolo del catechismo all’Oratorio di Campagna

 le caramelle sfuse tutte colorate 

la liquirizia nerissima e  le stringhe arrotolate

 

Mi ricordo la mattina della strage di piazza Loggia a Brescia

In classe. Ora di Italiano. Prima media.

                                                                                               Claudia P.

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Assunta, architetto, ricamatrice e sarta

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

Architetto, ricamatrice e sarta di pomeriggio nella sua casa in Franciacorta, docente la mattina a Chiari, non può rimanere con le mani in mano. Dita piccole, veloci e leggere per grandi  manufatti.
Assunta Atrigna racconta la sua passione

A sei anni la mia prima gonna

A sei anni ho confezionato la mia prima gonna da una vecchia gonna di mia madre. Sono andata a mostrarla in mezzo ai campi dove lavorava mia madre. Le sue aiutanti  mi prendevano in giro: i punti erano troppo lunghi. Ma io avevo sei anni!

Angela Strashnaia, circense russa, clarense di adozione

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Testimonianze

A Chiari, Angela abita da cinque anni, e lavora con gli anziani. Non ha mai raccontato la sua storia, così diversa dall’ordinario. Ha portato dalla Russia un baule di foto, fa quasi venire la voglia di farci una mostra. Angela è figlia d’arte. Il suo racconto inizia sfogliando questi  album, ma non si è concluso. La vita del circo è intrisa di umanità e passione, troppo ricca, faticosa e libera  per poter essere imbrigliata in poche righe.

Famiglia Pirlo, burattinai da generazioni

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

Giovanna, aiutante burattinaia

Ormai sono cinque anni che a settembre veniamo con i nostri spettacoli alla quadra di Villatico. Da 32 anni sono aiutante di mio marito Marco, viene da generazioni di burattinai della  famiglia Pirlo.  Ha iniziato a fare il burattinaio nella scuola materna con i burattini di plastica, a 12 anni. Per costruire il teatrino metteva un tavolo sopra l’altro. Andava col motorino. Le storie imparate a memoria tramandate da suo padre Franco e da suo nonno erano sempre quelle. Poi qualche battuta nuova per i bambini. Come si chiamano i fiori? Le marghetire ? Nooo le margherite! Ah, ecco, bravi! I Tulipiani? Noooo i tulipani. I giralune? Nooooo hai sbagliato! E i bambini si divertono a correggerti.

 

                                                           Marco Pirlo, burattinaio

Bruna Chittò, da Chiari a Milano: balia, donna di casa, operaia

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

Il racconto di Bruna Chittò, classe 1942. Tempi duri " Dovevi mandar giù amaro e sputar dolce".

11 anni e già al lavoro

Abitavo a Chiari, in via Carmagnola. Andavo con due ambulanti al mercato delle fiere a Soncino, Orzinuovi. Fuori casa tutto il giorno. Facevo la balietta, tenevo il loro bambino. Ero piccola, ma si fidavano. Poi ho cominciato da Rovetta, una famiglia con panificio e pasticceria. Mi davano la colazione, il pranzo, la merenda. Per quello, andava bene. Lavavo tutto a mano  e lo trasportavo  con la carriola fino alla castrina, vicino alla stazione. Ai lavatoi sciacquavo sotto la tettoia nell’acqua corrente. Avevo paura, tante volte prendevo la scossa. Tornavo sempre a casa con il grembiule bagnato. Alla domenica capitava di fermarsi fino alle tre, e poi di corsa al catechismo, perché era obbligatorio.

 

                                                             Bruna Chittò  con il marito

Alla colonia per ferrovieri "Regina Elena" a Calambrone, primi anni '60'

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Bambine e bambini

Il racconto di Flavio, classe 1952

Ci sono ritornato l’anno scorso e l’ho rivista la colonia elioterapica “Regina Elena” di Calambrone, sul litorale di Pisa. E’ una colonia storica, costruita agli inizi degli anni Trenta. Fino al 1977 ci andavano i figli dei dipendenti delle ferrovie. Oggi è  ristrutturata, ben tenuta, ma non c’erano bambini. Adesso è una residenza per vacanze.

Sono figlio di un ferroviere. Mio padre, Silvio Carradore, è arrivato dal Veneto negli anni ’50. Il lavoro in campagna non era sicuro, per via del raccolto. In ferrovia invece c’era uno stipendio fisso. Ai figli dei ferrovieri, lo Stato dava la possibilità di andare in vacanza in colonia. Mi hanno mandato con mia sorella Regina, di un anno più grande: “andate voi, non siamo sicuri di andare tutti insieme al mare a marina di Chioggia”.

 

                                           Regina, sorella di Flavio, a destra con la signorina e un'amica

Rosa Goffi alla colonia pontificia Leone XIII, con la mamma signorina

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Bambine e bambini

Il racconto di Rosa Goffi, clarense,  classe 1963

                                                                 Rosa, senza divisa                                 

Me l’ha ordinato il dottore

 Avevo l’asma, mi dovevano portare al mare. Ma non era facile, per via dei costi. Cichina, una vicina di casa, abitavamo in via Villatico nel cortile delle Landriani: “Anna, se vuoi portare la bambina puoi fare domanda alla   colonia pontificia di Cesenatico. Tu fai la signorina , così ti puoi portare anche la bambina e si fa almeno tre settimane di mare”. Mia mamma non se la sentiva, diceva che non era in grado di seguire le bambine in colonia. Sì, perché c’erano solo bambine in quel turno. E Cichina: “Ma guarda Anna che ci sono altre donne come te”.

Alfredo Lorini, Murì, classe 1927. Conventiniano, numero 14

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Bambine e bambini

Il racconto di Alfredo, dal  1934 al  1945:  l’ infanzia e adolescenza, da sette anni fino al termine della Seconda guerra, in Conventino. A 33 anni, la mamma Celeste  lascia orfani  tre figli .  I  due maschi andranno in orfanotrofio, vicino alla chiesa di Santa Maria, la sorella  dagli zii a Milano.  Alfredo, il fratello maggiore, la rivedrà solo dopo i 18 anni di lei. Oggi, per Alfredo, Paolo Bocchi è  l’unico grande  amico del Conventino rimasto.

Pietro Goffi, Balì,classe 1935 . Un bambino del Cunvintì

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Bambine e bambini

Mi conoscono come Tom, nome che davano a mio padre. Avevo nove anni, mio fratello sette.  Mio papà e mia nonna Beta ci hanno tirato dietro dalla casa di via Cambranti dove sono nato, fino al Conventino, vicino alla chiesa di Santa Maria.

Quando la mamma stava bene mi portava con lei da Bono, nella cascina verso Castelcovati. Facevano i cavallotti, poggiavano le foglie de mur, di gelso. Si dovevano prendere le gallette, pulirle. Si è ammalata ai polmoni, è andata ad Arco, con il bambino il terzo figlio, quello più piccolo, malato anche lui. Sono arrivati i Tedeschi, allora l’hanno trasferita al Sant’Antonino di Brescia. E’ morta il 9 maggio del ’44. Anche il bambino è morto. Me la ricordo bene mia mamma. Una donna bella, un bel portamento. Faceva il cucucc con le trecce. Quando è morta gliele hanno tagliate.

Capivo che sarei andato al Cunvintì

Mio papà, sarà stata dura anche per lui, da solo, con due figli, poco lavoro. Lo sentivo anche prima che mi avrebbero portato al Cunvintì. A casa, quando è andata via la mamma, io e mio fratello, due anni più piccolo di me, aspettavamo la nonna Beta, veniva a svegliarci. Ci mettevamo alla finestra che dava sul cortile, dove si vedeva anche quella della nonna. Piangevamo perché non arrivava. Di giorno, un po’ sul viale del ricovero a giocare, un po’ in giro. Mi diceva - lì trovi un posto da mangiare, ben vestito, in ordine.

Anni molto tristi

Invece era come entrare in una prigione. Quando sono andato militare, non mi sono accorto. Anni molto tristi anche per la disciplina, gli orari. Alla mattina il signor prefetto dava la sveglia. Un dormitorio grandissimo, un casermone per una trentina di maschi dai sei ai diciotto anni, orfani di un genitore o di tutti e due, o con genitori ammalati, o poveri. E per andare a dormire, la camicia da notte lunga fino ai piedi. Toccava rifarsi il letto. Ci faceva dire il rosario prima di andare a dormire. Sapeva tutte le orazioni. I compiti al pomeriggio. Un antipatico, troppo severo. Noi lo chiamavamo “al pe fret”. Io difendevo i miei compagni quando erano castigati. Magari non avevano i calzini sistemati bene.

Il prete metteva le monache sull’attenti

Poi tre suore. Guglielmina, la più tremenda, quella della cucina madre Tarcisia, la più buona. Arrivavano delle donne del paese, le aiutavano a lavare le lenzuola con la cenere,  nei pentoloni con sotto il fuoco.  Don Moletta, bravo, metteva sull’attenti le monache. I cappelli e gli ombrelli per noi  loro non li tiravano mai fuori, altrimenti si rovinavano.  E quando c’era lui si mangiava di più.

 

                                                   Pietro Goffi, il primo in piedi a sinistra

Sara e Brindha, le bambine raccontano

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Bambine e bambini

Sara e Brindha, se fossero un dolce, sarebbero una buona tazza calda di panna e cioccolata. A dieci e undici anni, hanno già le idee molto chiare. Amiche per la pelle da sempre, raccontano che da piccole le bambole le dimenticavano in fondo al letto, oppure toglievano il ciuccio e le lasciavano piangere.  Sono state tra le prime a iscriversi ai corsi di giocoleria.

Le ragazze della Polistil giocattoli

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

A Chiari, la Polistil è stata una vera manna. Ha dato lavoro a tanti,  soprattutto alle donne. Arrivavano anche dai paesi vicini. In molte case, alle gnarelle con una mezza intenzione di studiare:“Studià tat a fa chi pò, va’ ala Polistil, posto sicuro, garantito, il tuo stipendio coi contributi, a vent’anni ti sposi. Mia bel isé ?”

Vita da colonia a Igea Marina. Bambine e bambini clarensi al mare

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Bambine e bambini

 

Marzia Piccinelli racconta l’ estate del 1969

La partenza in corriera                   

Sul viale del ricovero, davanti al Campetto ricordo  un via vai di mamme nonne zii,  tanti  curiosi. Il mio posto assegnato sulla corriera, un libro di poche pagine con Pippo, Pluto e Paperino da sfogliare e il mio nome scritto in stampatello con la penna blu , sulla prima pagina. Aperto in due, le pagine mi coprivano gli occhi, così nessuno vedeva le lacrime.

Da Tiziana "Alla stazione" di Noto

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

“Alla stazione” di Noto si arriva da Siracusa con una littorina a gasolio, due vagoni, un tempo a scartamento ridotto,   binario unico.  A pochi passi,  il b&b di Tiziana.   Avvolti da una afosa giornata estiva, pesante come una coperta, si rimane sorpresi dalla calma e tranquillità   che non ti aspetti di trovare in questi luoghi della Trinacria.

Silvia, giocoliera al Circo Dylan

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

Occhi  celesti, capelli lisci e biondi,  mani energiche e  dita prensili. Silvia è una  giocoliera. Nella sua caravan, luminosa come il suo sorriso, sulle comode poltroncine del salotto, regala il suo racconto.

                                                               Una vita da circense

Sono figlia di circensi, una mamma funambula e un padre trapezista. Ho vissuto bambina nel circo di mio nonno, in Veneto. A dir la verità, era un nonno un po’ tirchio. Siamo andati in un altro circo, ma neanche lì si lavorava. Dopo vent’anni mio padre ha deciso di mettere un circo nostro. Così è nato il Circo Folloni. Sette fratelli, un bel nucleo. Adesso ognuno ha un suo circo. Volevamo offrire un bello spettacolo, far bella figura con la gente.

Le mani nella terra. Il racconto di Maria

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

Maria Tomasoni, classe 1933, ultima di sette figli, da Castione della Presolana in val Seriana,  a Maclodio, nella pianura della bassa bresciana.  Donna minuta, ma tenace e volitiva è riuscita a tenere le redini dell’azienda di famiglia,  che ancora oggi vive. Un lavoro fatto di gesti quotidiani di cura e un ruolo centrale nelle decisioni importanti.

L'Africa di Giovanna Belotti. Da Chiari in Nigeria e ritorno

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

Giovanna, classe 1941, racconta la sua Africa.

 Sono partita per la Nigeria nel ’71. Era appena finita la guerra civile col Biafra. Mio marito Claudio voleva  andarci per lavoro e io non mi sono tirata indietro. A Lagos State  sono arrivata in aereo. Che impressione  il terminal,  un capannone lungo, di lamiere. Sembrava essere in una giungla  di asfalto. Dopo diciotto mesi era già ampliato, raddoppiato e si cominciava a sfruttare il petrolio. La casa ce l’hanno assegnata i datori di lavoro

La lattaia di via Zeveto

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

 

Negli anni Cinquanta, Alessandrina Capitanio, Rina classe 1921, aveva una latteria in via Zeveto al numero 27.

La figlia Anna  ricorda quando era piccola

 Il latte in paese lo andavano a prendere con la bottiglia in latteria. Alle cinque del mattino arrivava fresco nel bidoncino dalla campagna. Mi sembrava quasi caldo. Si doveva consumare in giornata. Lei lo versava nelle bottiglie con la cassina  e l’imbuto. Si regolava col misurino col manico a riccio di alluminio da un quarto, mezzo litro e un litro.

Dade, mani di sarta

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

Quale lavoro avrà potuto sognare di fare una ragazza clarense, classe 1921?  Seguire la sorte di tante altre giovani della sua età a servizio 24 ore su 24 presso famiglie benestanti, e rimanerci magari tutta la vita? Altrimenti fare l’aiutante  in qualche piccola bottega? Oppure puntare sull’ abilità femminile di saper creare con le proprie mani?

Quando le donne diventavano mamme nelle loro case

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

La sciùra Tognina e la zia Agnese, generazioni di levatrici.
La levatrice è sempre stato un mestiere di donne, perché la nascita riguarda le donne. Un tempo le chiamavano “le comari”, quando l’assistenza alle partorienti si basava solo sulla pratica e l’esperienza tramandata da secoli.

Emanuela, ambulante e frittellaia

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

Quando arrivano le giostre a Chiari, è una festa vera. La si aspetta tutto l’anno e  non è san Faustino se non ci sono le giostre e le frittelle. Emanuela, origini mantovane, arriva puntuale ogni febbraio.

Pendolari e donne di servizio

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

Questa cosa fuori del comune che andava e veniva come una pendola a ritmo ondulatorio, tramonto e alba, Milano di qua e Brescia di là, era nel 1946 una fila di fragorosi carri bestiame. …dentro, al posto di mucche e vitelli c’era l’ultima generazione degli antichi Longobardi. (da Maria Corti, Cantare nel buio, Bompiani,1991)

Balie e balie asciutte

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

Anche il lavoro della balia metteva in condizione le donne di lasciare la loro vita familiare per andare presso famiglie benestanti ad allattare i loro figli. Invece, la balia asciutta ospitava ed accudiva figli di altri nella propria casa. Le prime donne che sono emigrate all’estero, soprattutto dal sud Italia, per vendere il loro latte, sono state le balie. Le balie potevano guadagnare anche il triplo di un operaio. Ma tante offrivano il loro latte senza essere pagate.

Mondine bresciane in risaia

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

Dagli anni ’40 fino a metà degli anni ’60, molte donne della bassa pianura bresciana lasciano le loro famiglie per il lavoro stagionale della mondina nelle risaie, immense distese di campi allagati nelle zone del pavese, vercellese, novarese dove si coltiva il riso.

Terre di confine. La testimonianza di chi si è trovata nella condizione di partire

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

Gemma ha vinto lo sradicamento.  Nella comunità clarense che l’ha accolta ha ritrovato non la sua terra, ma un uguale sentire nel quale si è potuta riconoscere. Non senza fatica.  La Grande Storia, ancora una volta,  diventa vera quando riesce a vivere nelle  vicende umane e nei destini anche di sofferenza che altri hanno scelto per noi.

Adele Bonotti, classe 1897, lavandaia e imprenditrice

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne e lavoro

Una imprenditrice prima del tempo.  Poteva rimanere vicina ai cinque  figli e dedicarsi al suo lavoro. Intanto il marito in campagna imballava il fieno. Tutto si svolgeva nella sua abitazione clarense,  affacciata sul fosso che porta ai Lumetti, con  un piò e mezzo di frutteto per stendere il bucato,  l’entrata da via Pedersoli al 22 e l’uscita in via Barcella.