Corrado Stajano, Eredità

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

Spunti di riflessione/
Memoria involontaria ed eredità sommerse

“Perché il dovere di non dimenticare il passato sempre presente?” Motivo conduttore della scrittura di Stajano (Corrado Stajano, Eredità, Il Saggiatore, Milano, 2017, pp. 165, € 18.00), la memoria, in un dialogo continuo con l'attualità. “È difficile, forse inutile, si sa, cercare di evocare il passato, gli sforzi della memoria, dell'intelligenza e anche dell'immaginazione risultano vani.

Talvolta una fuggevole sensazione, un antico gesto, lo scorcio di un paesaggio, un suono riescono misteriosamente a farlo ritrovare”. La memoria involontaria riporta così alla luce eredità sommerse.
La prospettiva dal basso della narrazione: “Ero anch'io un figlio della Lupa” conferisce al racconto un sentore di straordinaria inconsapevolezza della guerra incombente. Il Figlio della Lupa - un padre soldato e una madre che, da ragazzina, nel '15-'18 non ha dimenticato la tragedia della guerra, con Caporetto, i profughi del Friuli - conosce dal “Corriere dei Piccoli” le vicende straniate di un mondo fiabesco illustrate dal signor Bonaventura. Ma come spinto da una forza segreta, si schiererà sempre dalla parte dei perdenti. Quando la guerra comincerà ad incendiare l'Europa, dopo gli attacchi dei sottomarini tedeschi contro la portaerei inglese “Courageous” nella Manica, l'affondamento della corazzata Royal Oak, e anche quando il 30 novembre l'Unione Sovietica aggredirà la Finlandia, il Figlio della Lupa farà il tifo per i soldati con le tute bianche del maresciallo Carl Mannerheim. Vede al cinema, nei cinegiornali dell'Istituto Luce, gli esperti sciatori combattere sulla neve contro il gigante russo.

La storia individuale e personale si apre alla storia del Novecento, narrata dallo scrittore attraverso l'eredità - testimonianza dei luoghi, intervallata da frammenti di diari, saggi, lettere di chi ha vissuto le persecuzioni, l'internamento, la guerra. Documenti ufficiali restituiscono nomi sconosciuti di sovversivi, non più giovani, colpevoli di scambiarsi due chiacchiere all'osteria, spiati dagli informatori. Sui registri neri nella Casa del Fascio di Terragni, verranno schedati per motivi politici: essere un socialista praticante, un esponente del Partito Popolare, proclamarsi “di idee rosse”, essere “malcontento e insofferente della libertà fascista”, oppure bollato perché “contraddice tutto quanto sa di fascismo”.

Spunti di riflessione emergono da figure enigmatiche e inquiete. Come quella di Margherita Sarfatti, ebrea, la consigliera del duce. Con la biografia “Dux” lascerà la sua scomoda eredità. Dirà Mussolini a Claretta Petacci: “Il mio errore, il più grande errore della mia vita: averle permesso di scrivere un libro su di me è al di là di ogni comprensione, non so come abbia potuto legare per sempre il nome di quella donna al mio. Nella storia passerà come la mia biografia”.
Farinacci, fascista di piazza San Sepolcro, nominato segretario del Pnf, avvocato per meriti massonici di provincia, difensore in tribunale dei sicari di Giacomo Matteotti, sarà il primo denigratore di Margherita Sarfatti. Sulla donna incomberanno i “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”, poi convertiti in legge. Sarà costretta a lasciare l'Italia e raggiungerà Parigi passando per la Svizzera.
Altra l'eredità di padre David Maria Turoldo, il gigante dai capelli rossi, il frate servita, uomo della Resistenza. Tra i fondatori del “Fronte della gioventù per l'indipendenza nazionale e per la libertà”, le sue prediche faranno tremare i muri e risveglieranno le coscienze. Volitivo, tenace resisterà anche alle accuse di “frate rosso” mosse dai perbenisti, per il suo rifiuto della chiesa-potere, l'appoggio alle minoranze intellettuali e politiche, ai popoli più deboli e oppressi.
Il racconto prende forma tra le mura di una scuola, con il severo maestro in orbace. Distribuisce ad ogni scolaro una bandierina tricolore e una germanica con la croce uncinata, in attesa del grande evento ormai imminente: l'incontro tra Galeazzo Ciano e Joachim von Ribbentrop, i ministri degli Esteri “collaboratori fedeli del duce e di Adolfo Hitler”, come la scolaresca apprenderà da “La Provincia di Como”, 8 maggio 1939.
E mentre in controluce la vita quotidiana sembra scorrere come su una pellicola in bianco e nero, il 22 maggio nei saloni della Cancelleria del Reich a Berlino sarà firmato il protocollo segreto: “Le due nazioni unite nell'intimo delle loro ideologie (...) sono decise a marciare fianco a fianco, unendo le loro forze per assicurarsi uno spazio vitale”.
Tra gite domenicali con il battello per Bellagio, Menaggio, Ossuccio, un tè danzante, balli di gala, cena a mezzanotte e campionati di golf a villa d'Este, i giovani non sembrano mostrare trepidazione per il loro futuro. Propaganda e irreggimentazione avevano già maturato i loro frutti.
Il bambino cresciuto in fretta, ora ragazzo, dopo i bombardamenti nell'agosto del '43 su Milano, rivede la città distrutta, interi quartieri, palazzi, il castello, il duomo, le chiese. E la fabbrica dell'orrore in via Santa Margherita 16, all'albergo Regina, sede del servizio di informazioni e di spionaggio politico e militare della Germania nazionalsocialista. All'ultimo piano nelle celle di sicurezza vengono interrogati uomini della Resistenza, ebrei, cittadini e cittadine innocenti. La narrazione è filtrata dal vissuto del ragazzo che ora si sente un Pinocchio e non indosserà più la divisa nera, e dalle voci corali della popolazione che assiste inerme, come immersa in uno stupore apocalittico, senso di dissacrazione e profanazione dei luoghi, paura, sospetto.
Il padre tornato dal lager, dopo una notte di racconti, non parlerà mai più dei campi di concentramento e di sterminio. “Dopo lo sfogo, il silenzio, non sereno, sordo, sarebbe stato giusto far domande? Chiedere? Pungere la memoria riluttante?” Ancora: “Lo impedì nel ragazzo anche la soggezione delle vecchie generazioni nei confronti del padre”.
Un'eredità pesante, quindi, sulla quale il presente è chiamato a riparare rimanendo con l'attenzione sempre vigile sul risveglio dei germi di nuovi fascismi e guerre nuove. Ma anche un'eredità impegnativa, un patrimonio ideale di valori incarnati nella Resistenza: la faticosa e mai conclusa conquista della Giustizia e della Libertà.
Ancora una volta, come in altre opere dello scrittore particolarmente riuscite - così “La stanza dei fantasmi: Una vita del Novecento”- la storia del “Secolo breve”, dalla penna di Corrado Stajano, si fa racconto di un vissuto individuale e collettivo, capace di commuovere e smuovere le coscienze.

 

Claudia Piccinelli

vedi link: Rassegna libertaria