Marco Rovelli, La guerriera dagli occhi verdi

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Donne curde/

Contro il potere e il dominio maschile

La tomba di Avesta Harun si trova sulla montagna del Qandil, nel Kurdistan iracheno al confine tra Iran e Iraq. Nel cimitero, una lastra di pietra bianca con il nome e la stella rossa del Hpg. Una mina ha devastato Avesta poco dopo la liberazione di un villaggio vicino Mahmudiye.
Marco Rovelli (La guerriera dagli occhi verdi, Giunti, Firenze, 2016, pp.158, € 16,50), musicista e scrittore, autore di narrazioni sociali, dopo aver letto una sua intervista su Foreign Policy, alla notizia della morte della partigiana combattente, si mette in viaggio nel Kurdistan iracheno e turco, da Mexmur a Van per attingere ai luoghi e alle figureche hanno condiviso la lotta di liberazione con Avesta.
I fratelli Idris e la sorella Nurcan saranno fonti importanti per la storia di Avesta bambina, quando ancora si chiamava Filiz. Curiosa, tenace, coraggiosa si lascia guidare dal fratello Tekin, alla scoperta dei segni del mondo. Scopre il tesoro di Mezri, gli alberi solitari che danno noci buone per fare dolci prelibati come il baklava, o il kadayif. Ma a Turgut Reis, un villaggio vicino Van per coltivare la canna da zucchero insieme alla famiglia, si dovrà abituare a una terra dove a scuola si può imparare e parlare solo il turco, una lingua a lei estranea. Parlare curdo è un reato perseguibile per legge. Si rifiuterà di continuare la scuola.
Tekin farà conoscere a Filiz l'ideale. A vent'anni comincia a fare attività con i giovani curdi. Filiz impara la danza, perché insegna ad essere curdi, a non vergognarsene, a non avere paura. A Van, cuore della civiltà urartu, in quella danza insieme ad altri giovani, riecheggiano le parole di cento anni prima di Emma Goldman “Una rivoluzione senza ballo è una rivoluzione che non vale la pena di fare”. Filiz frequenta le riunioni, partecipa alle prime manifestazioni quando arrestano calan, il leader dell'opposizione curda, poi in isolamento nel carcere dell'isola di Imrali con l'accusa di terrorismo, e non ancora liberato.
Agire è l'unico modo di reagire. Alle donne curde sarebbe toccato il compito più importante per la liberazione. Per immaginare un altro mondo da costruire, il tempo va impiegato studiando. Recita il poeta curdo Sherko Bekas con gli occhi chiusi e legge a voce alta i libri di calan sulla questione del patriarcato. Anche Sakine Cansiz, sepolta nel cimitero di Dersim, una delle fondatrici del Pkk, donna di unità tra pensiero e vita, sarà una delle ispiratrici della scelta guerriera di Filiz. Si sentirà orfana e abbandonata quando Sakine verrà uccisa per mano di un turco.

Società italiana delle storiche. Bambine e bambini nel tempo

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Bambine e bambini/
Contro le armi-giocattolo (e altri temi)


In questo numero XIII/2 del 2014 di Genesis, rivista della Società Italiana delle Storiche, dal titolo Bambine e bambini nel tempo (Viella, Roma, 2014, pp. 204, e 26,00) l'argomento proposto per la ricerca intendeva: “esplorare il tema della costruzione sociale del genere, nelle culture per/dell'infanzia in un'ottica interdisciplinare, su un arco cronologico lungo, privilegiando la prospettiva del gioco, del giocattolo e loro uso, e della letteratura per l'infanzia”.
Tuttavia, come sottolineato nell'introduzione a cura di Stefania Bernini e Adelisa Malena, i contributi pervenuti riflettono lo stato attuale della ricerca: quattro saggi su cinque trattano di letteratura e di cinema, si concentrano pertanto su modelli pedagogici. Dunque, costruzioni e produzioni culturali elaborate dagli adulti e destinate all'infanzia lasciano nell'ombra bambine e bambini come soggetti attivi. Comunque, in due contributi viene messa in discussione la tesi di Mary Jo Maynes sulla maggior difficoltà a udire la voce delle bambine rispetto a quelle dei bambini. Nel saggio di Pia Schmid “Bambini e bambine modello. Pietà infantile e costruzioni di genere nelle raccolte pietiste di vite esemplari” le bambine pie in età moderna sono rappresentate in modo significativo, e riconosciuta una potenziale forza della loro voce. Così come nel contributo di Dorena Caroli “Bambine, bambini e animali parlanti nei racconti di Eduard Uspenskij per l'ultima generazione sovietica”, le bambine protagoniste dei racconti dello scrittore sovietico hanno una voce più forte e un più marcato ruolo sociale.
Diverso, invece, il contributo di Iuri Meda “Non giocate col fuoco. L'infanzia italiana, la ridefinizione dell'identità di genere maschile e la campagna per il disarmo del giocattolo (1946-1956)”. L'autore inquadra il giocattolo nel contesto sociale ed economico che lo ha visto trasformarsi, nel corso del XX secolo, da prodotto artigianale a prodotto industriale all'interno della distribuzione di massa.

Velija Ahmetovic, I Rom della Bosnia

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Rom bosniaci/
Discriminazioni e pregiudizi, compagni di viaggio
A dieci anni dalla pubblicazione, è sempre molto attuale il racconto di Velija Ahmetovic I Rom della Bosnia (Mobydick, Faenza, 2005, pp. 125, Ä 18,00). Non è usuale trovare un poeta tra i ergaši, il popolo delle tende. Le porta sempre con sé quelle sedici poesie scritte in lingua romaní, con la traduzione a fronte perché - dice - esprimono il sentire del mio popolo, quello dei rom Khorakhanè di Bosnia-Erzegovina, sconosciuto anche nella terra d'origine.
“Sono nato sotto una tenda / vicino a un fiume. Ero con mio padre e mia madre [...] Una piccola tenda ed un cavallo legato“. Velija è nato a Kralupi, all'inizio dell'estate del 1962. Il padre Selim, da buon ergaši, faceva il calderaio, stagnava le pentole, si spostava nei primi giorni di primavera con la “erga“, una tenda, per cercar lavoro, fino alla fine dell' autunno. La mamma Emina andava a “manghel“, chiedeva l'elemosina.
Negli anni Settanta, la famiglia lascia la “erga“ e si ferma a Celebici, un piccolo villaggio vicino Konijc. Costruisce una casetta, il padre cerca lavoro in una fabbrica, la madre vende vestiti usati al mercato. Fanno studiare i figli. Velija, dopo il diploma in una scuola professionale, lavorerà come fresatore, fino alla grande crisi economica degli anni Novanta. Molti, già trent'anni prima, avevano lasciato le proprie case per emigrare in altri Paesi a lavorare come venditori ambulanti.

Tra diagnosi e peccato

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La devianza
come malattia?

Il saggio ben documentato di Chiara Gazzola (Fra diagnosi e peccato. La discriminazione secolare nella psichiatria e nella religione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2015, pp. 276, € 24,00) pone sotto la lente focale, in una dialettica passato-presente e in un'ottica globale, le interferenze delle istituzioni mediche e religiose nelle scelte dei singoli “ Da sempre esistono individui che hanno l'esigenza di sottrarsi all'omologazione. Troppo spesso le istituzioni interpretano i bisogni altrui attraverso giudizi dentro i quali si nasconde il potere per discriminare ed esercitare un controllo emotivo”.
L'autrice, di formazione antropologica, dimostra attraverso un approccio storico, sociologico, antropologico come la diversità sia considerata indice di irrazionalità e insensatezza, una minaccia al corretto funzionamento dell'ordine morale e sociale. Sottolinea il carattere ambiguo, soprattutto nell'ambito della classificazione delle malattie mentali in psichiatria: l'anomalia, come antitesi di normalità, è irretita da attributi morali. L'ambito psichiatrico contribuisce ad alimentare il nostro pregiudizio rispetto a ciò che per noi è alienazione mentale, follia. Per altre culture, invece, rappresenta l'esternazione di uno spirito che porta ad agire al di sopra della volontà delle persone, l'anomalia sociale è interpretata in funzione del bene della collettività e inserita in un contesto di credenze condivise.Ogni cultura sviluppa i propri valori di riferimento attorno a ciò che desta meraviglia.

L'albero delle farfalle.I mondi della porta accanto

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Le persone bambine:
da ascoltare

Alla scuola de L'albero delle farfalle. I mondi della porta accanto (Edizioni Piagge, Firenze, 2014, pp.64, € 11,00) si parla di cose da grandi. In questa scuola speciale popolata da farfalle aquilone danzanti trasportate da papà vento, e da “persone bambine” viaggiatrici con la mente, la realtà infarcita da pregiudizi e stereotipi irrompe a pungolare i pensieri di grandi e piccini.
Il libro di Giovanna Panigadi, nato dalla sua esperienza di insegnante in una scuola pubblica dell'infanzia in provincia di Reggio Emilia, propone un percorso corale di esplorazione dei mondi invisibili “della porta accanto”. Lo sguardo sul mondo è diretto, senza panegirici né macchinose costruzioni fantastiche.  Così si scopre che il lupo non è cattivo, se ti vede non ti assale, anzi, ti guarda e scappa! Come è successo davvero di recente sulle colline di Montecavolo, Quattro Castella, Vezzano e Salvarano. All' “Albero delle farfalle” si impara a discutere dei fatti della vita, in un'assemblea “che è quella cosa che fanno tutti insieme, al mattino, su dei sedioloni grossi e tutti uniti che chiamano gradoni”. Si impara a conoscere che quelli chiamati “zingari” non rubano i bambini. Si impara che il mondo è fatto di tante diversità. Si scopre che a volte le persone adulte dovrebbero ascoltare di più le persone bambine, e lasciarsi pizzicare per non sprofondare nel torpore dell'indifferenza.
Alla scuola dell' “Albero” si assapora la curiosità, si impara a non rassegnarsi, a non diventare impassibili alle ingiustizie.

Lasciarsi cadere. Racconto da un mondo minore

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L'ultima àncora  
prima del vuoto

Brigitte Schwaiger, scrittrice e poetessa austriaca, classe 1949, esordisce giovanissima, con la sua prima opera Perché il mare è salato?. Ricompare dopo anni di malattia e cure psichiatriche con Lasciarsi cadere. Racconto da un mondo minore (traduzione di Giovanni Giri, Edizioni Gran vía, Narni – Terni, 2013, pp. 134, € 11,80). Molto più di un'autobiografia, la scrittura convulsa a tratti liberatoria di Schwaiger trova spazio nella Collana altrevie, aperta anche a nonfiction novel, memoir e alle autrici e autori meno omologati. Il racconto da un mondo minore squarcia le ombre che si abbattono sulla psiche di una donna dalla scorza tenera, fagocitata da un padre medico, fanatico del lavoro, nazista, molestatore di bambini. Una nonna sopravvissuta al campo di Theresienstadt e una madre guardiana della morale, facciata da borghese. Donna rigida, ostile, chiusa, sempre da assecondare, morirà suicida a sessant'anni. Intanto, le mortificazioni attanagliano l'infanzia, un bambino è cattivo se non vuole bene ai genitori.

DOPO Licia Pinelli

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Con la speranza
che il mondo cambi

Alla fine della vita ciò che conta è aver amato. 
Parole lette, rimaste impresse nella mente di Licia Rognini Pinelli e poste in chiusura del suo bel libro, piccolo e toccante. Dopo ( Enciclopedia delle donne, Milano, 2014, pp. 80, € 10,00) è la scrittura intima e privata, sofferta e autentica di una donna, del suo coraggio di fronte allo sgomento, rabbia, dolore per la morte innocente del marito Pino, “il ferroviere anarchico”, “caduto” dal quarto piano nel cortile interno della Questura di Milano. Molti i dubbi sulla tesi del suicidio di Pinelli qualche giorno dopo, alla notizia che la strage alla banca dell'Agricoltura di piazza Fontana del 12 dicembre - diciassette morti, ottantotto feriti - fosse stata compiuta da suoi compagni anarchici.
Quel dicembre 1969 segnerà una cesura tra un prima e un dopo, una ferita pubblica e un dolore privato, quello che non fa notizia.
Per Licia Pinelli il “dopo” è il tempo della cura, della ricomposizione nella “normale quotidianità”, del riprendere in mano la vita, sua e delle sue figlie bambine. È anche il tempo in cui la fragilità inflitta dalla sofferenza diventa forza resiliente.

Alex Corlazzoli, #lacattivascuola. Un'inchiesta senza peli sulla lingua

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Una fotografia
delle nostre scuole

Nel suo reportage sulla scuola (#lacattivascuola. Un'inchiesta senza peli sulla lingua, Jaka Book, Milano, 2015, pp. 115, € 12,00), Alex Corlazzoli, insegnante, giornalista e scrittore dichiara di aver seguito le orme del grande giornalista e saggista polacco Ryszard Kapuciski, nell'accurata ricerca di documenti, raccolta di materiale, conversazioni e osservazioni sul campo. Con taccuini, penna, macchina fotografica intende svelare l'altra faccia, quella che non si vede, per provocare un dibattito più ampio sulla natura della scuola pubblica italiana.
Emerge una scuola con gravi ferite: oltre il 70% degli edifici presenta lesioni strutturali. Soprattutto bollino rosso per le Regioni del Sud: solo tra Calabria, Campania e Sicilia, 12.965 istituti in caso di terremoto potrebbero subire gravi danni. Secondo il rapporto sulla sicurezza e la qualità della scuola di “Cittadinanza attiva”, tra settembre 2013 e agosto 2014 si sono verificati, al Nord come al Sud, trentasei casi di cadute di solai, tetti, controsoffitti, distacchi di intonaco. Trentanove ragazzi hanno perso la vita. E mentre le scuole crollano, il Miur attiva convenzioni con le multinazionali. Come la Dusmann, ma non è in grado di provvedere alla manutenzione degli infissi. Si registrano storie di mancata integrazione. Se gli alunni con cittadinanza non italiana sono 802.844, il 9% del totale degli studenti, l'ultima riforma della “Buona scuola” di loro non parla. Una sola citazione del termine stranieri. Eppure, nei dati recenti riportati dalla fondazione ISMU (Iniziative e studi sulla multietnicità), alle superiori percentuale con ritardo didattico degli alunni con cittadinanza non italiana sale al 65,1%, a fronte del 23,3 % degli alunni italiani.

Silvia Vegetti Finzi Una bambina senza stella

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La bambina invisibile

L'infanzia possiede risorse segrete per superare le difficoltà della vita. Lo testimonia una bambina senza stella, che conosce fin dalla nascita la disperazione dell'abbandono. Ma imparerà prima degli altri a fare ricorso alle proprie risorse interiori.
Silvia Vegetti Finzi, (Una bambina senza stella, Rizzoli, Milano, 2015, pp. 229, € 18,50) padre ebreo e madre cattolica, appartiene alla generazione di famiglie e bambini travolta, il secolo scorso, dalla catastrofe della guerra.
“La nostra vita non è tanto quella vissuta, quanto quella narrata, che non cessa mai di ricercare il senso del nostro destino”, scrive nella sua memoria autobiografica.
L'autrice guarda alla grande storia dal basso, con gli occhi dell'infanzia. La prospettiva sulla realtà si arricchisce dello sguardo di bambina. Mette al centro bambine e bambini, da sempre esclusi e muti. Un'infanzia invisibile, taciuta anche nella famiglia, insieme a molte altre testimonianze.
La bambina, ora adulta, raccoglie frammenti di ricordi per intravvedere un ordine. Vince il pudore della parte più intima e segreta, spesso sepolta sotto i sedimenti della memoria, là dove si dischiude il nocciolo dell'identità di ognuno. Così, allo stesso tempo, infrange un'omertà che ha impedito a generazioni di ricordare. La scoperta delle fotografie dei campi di sterminio nascoste sotto una pila di lenzuola rivelano il “non detto”, pesante più delle parole. Nomi di luoghi lontani e sconosciuti come Mauthausen, Auschwitz, origliati dietro la porta, insieme alla storia del nonno e degli zii scomparsi, emergono dal silenzio e infrangono un'omertà che ha impedito a una generazione ferita di ricordare.

Dario Fo razza di zingaro

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Quel pugile sinto,
eliminato dai nazisti

All'inizio dell'anno sono usciti in libreria, a distanza di un giorno, due libri, due romanzi che ripercorrono la vita di Johann Rukeli Trollmann, un pugile zingaro, sinto, tedesco, che dal ring dette non poco filo da torcere al nazismo. Finì deportato e poi ucciso nel lager di Nevengamme, vicino ad Amburgoa
Pubblichiamo qui una recensione di ciascun libro. Claudia Piccinelli si occupa diRazza di zingaro, di Dario Fo. Nicoletta Vallorani, a sua volta, di Alla fine di ogni cosa di Mauro Garofalo.
Sempre di Johann Rukeli Trollmann si è occupato, in “A” 382 (estate 2013) Giorgio Bezzecchi (“Il pugile zingaro che sfidò il Terzo Reich”) recensendo il volume di Roger Repplinger Buttati giù, zingaro (edizione Upre Roma, Milano, 2013, pp. 292,  12,00).

1/ Il linguaggio e le tavole di Dario Fo, dalla parte dei sinti

Si apre con “Allenamento in palestra” la prima pagina del libro Razza di zingaro di Dario Fo (Chiarelettere, Milano 2016, pp. 160, € 16,90), storia vera di Johann Trollmann, detto Rukeli, sinto tedesco campione di boxe. Altre dieci tavole dell'artista illustrano la storia del pugile, che si vedrà negato il titolo di campione dei pesi medio-massimi perché indegno di rappresentare la Germania ai giochi olimpici. Verrà fagocitato dalla spietata macchina nazista.
La narrazione di Dario Fo ha l'andamento di una fiaba zingara. Nell' avvincente affabulazione, si avverte la musicalità del linguaggio parlato, fedele alla cultura orale del popolo zingaro.
Nella tavola “Il pugile danzante” è dipinto il talento di Rukeli, Albero, in lingua romaní: albero maestoso, forte e agile, flessuoso, per questo capace di resistere, mai piegato dal vento.
Johann, bambino musico, suona il violoncello. Sogna di fare il pugile. A otto anni, si rivela un caso di talento unito all'intelligenza. Verrà addestrato nella boxe come nella doma dei cavalli: niente carezze, niente zucchero. A quattordici, mostra già di avere stoffa. A ventuno, campione dei pesi medi della Germania nordoccidentale, ma a suo carico una denuncia per aggressione. Un equivoco. Scartato in realtà perché non ritenuto degno di rappresentare la Germania ai giochi olimpici di Amsterdam.

Milton Fernández, Donne. Pazze, sognatrici, rivoluzionarie

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Tante donne/

Storie uniche

Il libro Donne. Pazze, sognatrici, rivoluzionarie (di Milton Fernández, Rayuela Edizioni, Milano, 2015, pp. 260, € 15,00) prende vita ad Aiguà, un paesello sperduto nella nebbia a sud-ovest dell'Uruguay, in una casa malandata vicino una discarica. Parte da sé, Milton Fernández, dal mistero tenuto nascosto per anni. Di quella sorella capitata un giorno in casa senza preavviso, senza sapere da dove. Una ferita di dolore, poi stemperata nella riconciliazione di una madre e una figlia, dopo cinquant'anni. Un universo ancora tutto da esplorare, per Fernández, quello femminile, insondato nelle sue pieghe complicate e nascoste. Un mondo tuttora debitore di una storia scritta con mano e occhi maschili. E le donne, se compaiono, lo sono come categoria sociale, raramente soggetti autonomi.
L'autore agisce per sottrazione. Toglie il velo e fa uscire dall'ombra biografie ritratte nella loro dignità sofferta. Ampio l'arco cronologico, dalla Francia di Richelieu ai nostri giorni, alle vaste aree geografiche tra i continenti nelle terre più remote. Narrazioni brevi per un racconto della storia da un'angolatura dal basso, per ampliare la prospettiva che si fa più acuta, sottile. Vite di singole donne o vicende di storie collettive di intere comunità. Conosciute oppure anonime, raccolte in trentadue ritratti delineati con cura, dalla scrittura sciolta e misurata, capace di emozionare e restituire testimonianze vive che pulsano e si dischiudono a chi le vuole accogliere.
Un'istantanea fissa lo sguardo veggente di María Sabína. Nel Messico meridionale è la “buffona sacra”. Conosciuta come “Mujer espiritu”, la curandera sciamana, canta in mazateco, mangia i funghi della saggezza e compie miracolose guarigioni. Lo studioso Gordon Wasson, grazie a lei, riuscirà a isolare il principio attivo di quei funghi, utilizzati dieci anni dopo nella medicina psichiatrica.

Simona Meriano, Stupro etnico e rimozione di Genere. Le vittime invisibili

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Quando lo stupro è etnico/
Il caso Serbia

Il saggio di Simona Meriano Stupro etnico e rimozione di Genere. Le vittime invisibili (Edizioni Altravista, Pavia, 2015, pp. 162, € 18,00) offre uno sguardo antropologico al fenomeno degli stupri etnici, alle complesse implicazioni sociali, culturali, politiche e giudiziarie che li portano ad essere rimossi da tutte le storie di guerra. Gli stupri di massa vengono altresì considerati nel rapporto tra potere e memoria.
Simona Meriano inquadra la tematica nel più ampio contesto della storia del Novecento. Se nel secolo XX lo spostamento delle azioni violente di stupro è avvenuto passando da “diritto momentaneo”, concesso dopo le conquiste di un centro abitato, a strategia politica militare già prestabilita, dopo la guerra di Bosnia-Erzegovina, gli stupri di genere costituiscono un'emergenza planetaria.
Cinquant'anni dopo Auschwitz, il conflitto nei Balcani si è tramutato in un piano di sterminio della popolazione civile. Per creare la grande Serbia, i villaggi vengono depurati dalla popolazione civile musulmana, gli uomini mutilati e uccisi, le donne stuprate. Tra il 1992 e 1995, lo stupro di massa, la violenza sulle bambine, le gravidanze forzate creano l'illusione di poter modificare la composizione etnica della Bosnia Erzegovina costringendo le donne musulmane a partorire figli di “razza pura serba”. Tuttavia fallisce il tentativo di creare un nuovo stato etnico puro, poiché i bambini nati dagli stupri sono invisibili, anche se l'identità abortiva risulta ancora più perdente dell'identità invisibile.

L'autrice parte dall'assunto che considera lo stupro etnico espressione sintomatica della finzione identitaria voluta da un “noi” maschile, sedicente superiore, che sceglie e definisce l'alterità due volte, in base a criteri etnici e di genere. Nello specifico, nello stupro etnico in Bosnia- Erzegovina, l'identità di genere dominante maschile e l'identità di etnia superiore serba sarebbero arbitrariamente costruite e armate contro la donna, due volte “altra”.
Infatti, nell'immaginario maschile serbo, le donne bosniache musulmane assumono le sembianze delle femmine turche. Colpevoli di tradimento a causa della conversione all'islam da parte dei loro antenati, sono utilizzate per attuare la pulizia etnica in nome della vendetta serba.

Gianluca Gabrielli, Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell'infanzia nella prima metà del Novecento

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Scuola/
Quando si insegnavano militarismo e obbedienza (ma anche oggi...)

Nello spazio chiuso delle aule come in piazza, nell'associazionismo scolastico e extrascolastico, la scuola rappresenta un ambiente privilegiato per il controllo, la nazionalizzazione e militarizzazione dell'infanzia.
Il saggio divulgativo e ben documentato di Gianluca Gabrielli (Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell'infanzia nella prima metà del Novecento, Edizioni Ombre corte, Verona, 2016, pp. 127, € 13,00) accompagna una mostra curata dallo stesso autore e distribuita da Pro Forma Memoria. Il percorso attesta il coinvolgimento di bambini e bambine, adolescenti, presidi, insegnanti e famiglie attingendo a fonti iconografiche, giornalini e quaderni con copertine illustrate, carteggi epistolari gestiti dalle scuole, riviste per docenti, registri personali, resoconti, circolari ministeriali, libri scolastici prodotti nella prima metà del Novecento.
A partire dalla guerra di Libia, la rivista laica “I diritti della scuola” recepisce il messaggio degli insegnanti pronti alla sottoscrizione per donare aeroplani, sollecitati dal mito tecnologico della guerra aerea, e la posizione dei docenti favorevoli alla solidarietà patriottica e inclini a sollevare dubbi negli allievi.
Nel “Corriere dei piccoli” la guerra è presentata come giusta, ma cosa da grandi. Tuttavia, nell'ultimo anno della Grande guerra l'interventismo condiziona l'infanzia, destinataria delle storie. Il personaggio Italino ne è il protagonista. Viene istituita l'ora settimanale dedicata al conflitto in corso, ma si sollecita anche il conforto ai soldati con lettere, e l'elaborazione collettiva del lutto.
Comitati di organizzazione civile, patronati, maestri volontari e associazionismo femminile si occupano della tutela e assistenza dei bambini nel periodo estivo.

Corrado Stajano, Eredità

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Spunti di riflessione/
Memoria involontaria ed eredità sommerse

“Perché il dovere di non dimenticare il passato sempre presente?” Motivo conduttore della scrittura di Stajano (Corrado Stajano, Eredità, Il Saggiatore, Milano, 2017, pp. 165, € 18.00), la memoria, in un dialogo continuo con l'attualità. “È difficile, forse inutile, si sa, cercare di evocare il passato, gli sforzi della memoria, dell'intelligenza e anche dell'immaginazione risultano vani.

Talvolta una fuggevole sensazione, un antico gesto, lo scorcio di un paesaggio, un suono riescono misteriosamente a farlo ritrovare”. La memoria involontaria riporta così alla luce eredità sommerse.
La prospettiva dal basso della narrazione: “Ero anch'io un figlio della Lupa” conferisce al racconto un sentore di straordinaria inconsapevolezza della guerra incombente. Il Figlio della Lupa - un padre soldato e una madre che, da ragazzina, nel '15-'18 non ha dimenticato la tragedia della guerra, con Caporetto, i profughi del Friuli - conosce dal “Corriere dei Piccoli” le vicende straniate di un mondo fiabesco illustrate dal signor Bonaventura. Ma come spinto da una forza segreta, si schiererà sempre dalla parte dei perdenti. Quando la guerra comincerà ad incendiare l'Europa, dopo gli attacchi dei sottomarini tedeschi contro la portaerei inglese “Courageous” nella Manica, l'affondamento della corazzata Royal Oak, e anche quando il 30 novembre l'Unione Sovietica aggredirà la Finlandia, il Figlio della Lupa farà il tifo per i soldati con le tute bianche del maresciallo Carl Mannerheim. Vede al cinema, nei cinegiornali dell'Istituto Luce, gli esperti sciatori combattere sulla neve contro il gigante russo.

Recluse.Lo sguardo della differenza femminile sul carcere

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Donne dietro le sbarre/Più consapevoli che vittime. E ribelli      

La ricerca qualitativa (Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere, Ediesse, Roma, 2014, pp. 315, € 16,00), condotta nel 2013 da Susanna Ronconi, formatrice, Grazia Zuffa, psicologa, in collaborazione con la Società della Ragione, nei carceri di Firenze Sollicciano, Pisa e Empoli, raccoglie e analizza interviste a donne detenute - in gran parte tra i 26 e 35 anni - personale educativo e agenti di polizia penitenziaria. La finalità: contenere la sofferenza e prevenire gesti di autolesionismo e suicidi, con attenzione alla differenza femminile in un sistema carcerario pensato e strutturato su un modello maschile.
Lontano da stereotipi, l'analisi rivela che le donne si dimostrano più consapevoli che vittime, sono le prime nella ribellione verso l'autorità della pena. Avanzano richieste di forme alternative alla carcerazione, dimostrando l'estraneità della donna alle strutture di coercizione. Come sottolinea Susanna Ronconi, la ricerca rivela l'inganno che attribuisce una minorazione della donna carcerata a “deficit del femminile”, anziché addebitarla all'istituzione totale, che di questa minorazione è costante riproduttrice.

Destini.Testimonianze di un mondo perduto

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Destini incontrati
e raccontati

Si sente “un ladro di anime” Corrado Stajano per la curiosità mai sopita che lo porta a trafugare destini compiuti di uomini e donne (Corrado Stajano, Destini, Archinto, Milano, 2014, pp. 192, € 15,00). Figure tratteggiate di fino, interpreti della storia del Novecento. Nella raccolta dei ritratti, nell'arco di circa quarant'anni, la sensibilità di Stajano scrittore indaga e accoglie non soltanto il bel mondo popolato da protagonisti indiscussi, distinti, conosciuti. Certo, compaiono amici, maestri, penne note e volti di elevata caratura come Alberto Cavallari, “testimone di dignità perduta”, autentico artigiano della scrittura e grande giornalista, incontrato in casa di Elio Vittorini a Milano lungo i Navigli. E, riprendendo i titoletti degli articoli, conosciamo i destini dei conti di Collegno, di padre David Maria Turoldo, “il frate rosso”, di Cesare Cases, “il ragazzo di bottega che umiliò Thomas Mann”. Incontriamo Giulio Einaudi, “l'editore di un'altra Italia” e Franco Cavallone, “il notaio che inventò le toffolette”, tenera e morbida parola per designare gustosi dolcetti americani. Raffaele Mattioli, un banchiere umanista, illuminato, letterato e mecenate.

Se mi racconti

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Se mi racconti
semi di storie da viaggio

Non è facile restituire la semplicità. Aurora Luzzi con una scrittura agile, asciutta, ben calibrata  ricrea delicate e intense atmosfere quotidiane. Subisce l’affascinu della parola, germogliata dai racconti del nonno Umile, mugnaio-filosofo e maestro di vita, ascoltati seduta su uno sgabello di castagno durante la sacra ritualità della macinazione dei cereali.

Un filo autobiografico riannoda i luoghi dell’infanzia trascorsa in un  sud arroccato tra Cantari e Serricella d’Acri, terra aspra e di emigrazione e, in seguito, un nord catturato  dai suoi occhi di migrante- pendolare, perché: “quello non è un paese per femmine”, ripeteva sempre la nonna.

 Con abilità espressiva, il gesto abituale si fa racconto. Così il percorso ferroviario e la stazione tra Chiari, cittadina della pianura umida e nebbiosa dell’ovest bresciano,  e la Milano ricostruita dalle braccia prolifiche  dei clarensi pendolari, diventano i  luoghi della narrazione. La  metropoli, crocevia di gente che si riversa, per disperdersi e poi reincontrarsi ogni mattina alla stazione di Lambrate,  al bar Bottini, oppure accalcata alla stazione di porta Garibaldi.  Scene di vita ordinaria  cariche di  vena ironica, e ipocrisie messe a nudo  dietro un mondo offuscato dalla frenesia. (Aurora Luzzi, Se mi racconti, Terra d'Ulivi edizioni, Lecce, 2014, euro 12.00).

Poesie dal profondo carcerario

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Poesie
dal profondo carcerario

La narrazione in forma poetica della realtà carceraria è la proposta di questo breve, ma intenso contributo di Maria Grazia Greco (Matricola n. 20478. Il carcere che si prende la vita, Sensibili alle Foglie, Cuneo, 2014, pp. 96, € 14,00).
Interessi su tematiche dell'emarginazione, del disagio sociale e attività di impegno civile hanno portato di recente l'autrice a decidere di lavorare come docente a Rebibbia, nel reparto G12-Alta Sicurezza. Il reparto speciale per mafiosi, camorristi, narcotrafficanti, per chi è condannato a “fine pena mai”. E nel reparto G9, quello dei pedofili e stupratori dove chi ci arriva è emarginato anche dal codice non scritto dagli stessi carcerati.

“Perché mi avete messo qua
nel reparto speciale
il reparto degli infami                                                              
dei paria
degli 'intoccabili'
quelli scansati schifati da tutti
pederasti spie stupratori guardie infedeli
Superiore, te l'ho detto!
Non sono un pederasta, io!
Sì che lo sei.
Se c'è scritto qui è vero.”

Un'esigenza di riflessione e di denuncia, un'altra voce che decide di restituire attraverso parole in versi la non-vita del carcere. La lettura, la cantabilità, l'accostamento più intimo dei versi liberi contribuiscono ad elaborare nell'immaginario la realtà dei reietti umani.

La bella storia di un non-complice

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

La bella storia
di un non-complice

Momenti decisivi della vita di Giuseppe Gozzini, primo obiettore di coscienza cattolico, sono racchiusi nei suoi scritti autobiografici scelti anche grazie alle ricerche della figlia Letizia. L'amico Piero Scaramucci, curatore della raccolta, ricorda il primo incontro con Beppe alle lezioni di russo al Circolo Filologico di Milano, immersi in nottate tra discussioni di politica, etica, futuro, amicizia, sfruttamento, ribellione, e pessima grappa (Giuseppe Gozzini, a cura di Piero Scaramucci e Letizia Gozzini, Non complice. Storia di un obiettore, Edizioni dell'Asino, Bologna, 2014, pp. 252, € 15,00).
Figlio di un operaio saldatore della Breda e poi calzolaio, nasce nel 1936 a Cinisello Balsamo. Nell'hinterland milanese al tempo molto proletario, il bravo scolaretto Giuseppe viene mandato a studiare prima in un collegio e poi dai Salesiani per diventare prete. Ma presto passerà al liceo “Parini” di Milano, poi conseguirà una laurea in giurisprudenza. Risale agli anni universitari il suo cammino di formazione. La conoscenza dei “preti bastonati”, letture, conferenze e incontri soprattutto con due testimoni e maestri di pace, don Primo Mazzolari e il suo libro Tu non uccidere (1955), e Jean Goss, operaio cattolico dall'irruenza profetica capace di scuotere le coscienze dei padri conciliari in Vaticano come della gente ammassata sulla Piazza Rossa.
Nella seconda metà degli anni Cinquanta è già orientato verso la disobbedienza civile come forma di lotta nonviolenta vicino ai gruppi pacifisti formati da protestanti, quaccheri, tolstojani, anarchici. Ma di cattolici, nemmeno l'ombra.

Riedito il "Cafiero" di Pier Carlo Masini, ben più che una biografia

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

 Riedito il “Cafiero” di Pier Carlo Masini,
ben più che una biografia

La nuova edizione del libro di Pier Carlo Masini dedicata a Cafiero, (Cafiero, BFS edizioni, Pisa, 2014, pp. 280, € 20,00) rivista e ampliatadall’autore prima della sua scomparsa, rappresenta  un accurato lavoro filologico, archivistico e di approfondita documentazione,continuato negli anni successivi all’edizione del ’74. La postfazione di Franco Bertolucci mette in luce che non si tratta solo di un libro sull’internazionalista pugliese, ma fa emergere anche l’originale contributo di ricerca di Masini nel suo mestiere di storico. Saranno circostanze virtuose a mettere il giovane Masini sulle orme di Cafiero prima ancora di conoscere l’internazionalista attraverso i suoi scritti e le sue imprese.  Luogo preferito il monte Cèceri vicino Fiesole.

E proprio sulle pendici del monte, lungo le cave e le caverne di Maiano, verrà ritrovato Cafiero pazzo. Anni dopo, per la sua scelta antifascista viene arrestato e mandato al confino  a Guardia Sanframondi, in provincia di Benevento, a soli tre chilometri da San Lupo, la base di partenza della banda internazionalista del Matese capeggiata da Cafiero, Malatesta, Ceccarelli. Ai primi di settembre del 1947 Masini ripercorrerà altresì, insieme ad Alfonso Failla e ad altri compagni, il cammino degli internazionalisti. Già nell’estate del ’45 sceglie di schierarsi in campo libertario e matura l’idea di riscrivere la storia dell’Italia attraverso lo studio del movimento operaio, per conferire dignità e legittimazione al movimento stesso. Masini si schiera nel solco del pensiero di Errico Malatesta, Luigi Fabbri, Francesco Saverio Merlino e Camillo Berneri, dalla parte di quelli che sanno tradurre “l’utopia della vetta in proposte, programmi, progetti per cambiare il piano; che sono continuamente irrequieti, autoironici, insoddisfatti, autocritici del loro stesso anarchismo, che lo adoprano non come un metro per misurare e magari condannare gli altri, ma come una lente per leggere meglio in se stessi e nella società”.

I giovani rifuggono da certe "nonne"

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

I giovani rifuggono
da certe “nonne”

Perché scrivo queste cose? Per giustificare il mio Sessantotto? Le ribellioni, i cambiamenti, che però non hanno portato a ciò che volevamo? Io mi ribello contro l’ignoranza, la mancanza di senso critico e contro l’omologazione, che ci vuole tutti giovani, belli e sani, tutti uguali e felici, con l’ultima novità tecnologica in tasca. 

In tredici racconti, Luisa Ronconi (Donne di ieri, Rupe Mutevole Edizioni, Bedonia, 2014, pp. 124, € 15,00) narra storie di donne qualunque. Il passato  neanche troppo lontano, da prima degli anni Cinquanta agli anni Settanta,  restituisce  una  Romagna terra di contadini,  immersa in una palude di acque stagnanti e di piallasse, dove l’acqua del mare fluiva e rifluiva seguendo la marea. In  quella terra atavica  e ancestrale, madri sacrificano i propri figli di pochi anni alla palude, rituale per allontanare la malaria, oppure li fanno segnare dalla Sampira per levare il malocchio. Si coglie  lo strazio delle madri per la fucilazione dei loro figli renitenti alla leva. Quando l’Emilia Romagna rimane soggetta alla costituita repubblica sociale italiana e serve la formazione di un esercito repubblichino con le classi di leva 1923, 1924 e 1925, la condanna a morte per i disertori è l’applicazione della legge di guerra. Altri racconti di donne analfabete, modeste, ubbidienti al padre, al marito e alle suocere. La rassegnazione di Nina, ragazza ventenne, costretta a prostituirsi dal patrigno, e una madre consenziente.

L’umiliazione di  Antenisca per aver disonorato il marito con un pastore. Lina e il suo aborto mancato o il matrimonio forzato di Giulia, combinato  da un padre-padrone. E se negli anni Sessanta “le contadine non siedono a tavola con gli uomini”, agli inizi degli anni Settanta, Maria è per tutti una “merce avariata” perché partorisce a sedici anni durante una gita scolastica in un bagno di un autogrill un feto morto, frutto della sua colpa.

Storia di un'amicizia tra uno scrittore e un lettore. Lettere 1995-2001

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

 

Raffaele La Capria, Beppe Agosti, Archinto, 2014

Storia di un’amicizia tra uno scrittore e un lettore.  Lettere 1995-2001

Davvero insolita questa amicizia nata da parole in busta, tra un mittente sconosciuto e un destinatario appartenente al genere “persone note”.   Raffaele La Capria consente a Beppe, lettore tardivo, di rompere la  sudditanza da “debolezza provinciale”.  Lo attrae proprio lo sguardo sul mondo del bergamasco con velleità di scrittore, nella vita modello vivente e stampatore di acqueforti, quando capita, camionista .  R.L.C  apre le porte del suo mondo fatto di scrittura, viaggi, appuntamenti e premi letterari, inafferrabile e  misterioso. Beppe  inizia a conoscere l’affermato romanziere e saggista attraverso i libri da lui amati e citati in “False partenze”.   Il carteggio dalla scrittura  colloquiale, intima e quindi autentica - solo dopo si deciderà di darlo alla stampa-  permette anche ai lettori curiosi di aggirarsi tra le frequentazioni dello scrittore e nell’intimità della bella casa nella campagna di Capri, popolata di gatti portati da Roma e da quelli capresi, dove si possono scambiare quattro chiacchiere con il custode, l’inseparabile cane Guappo.

Complice la prima visita nell’isola delle Grotte da parte dell’aspirante scrittore insieme alla  compagna. Merito di Marilena se l’amicizia a distanza si è potuta alimentare. Con la sua grazia ingenua e il tipo di bellezza lombarda, ha offerto un filo sottile per tessere un legame tra il nord popolato da Celti operosi e un caldo sud più disponibile e aperto. Dirà R.L.C in una lettera dell’agosto del ’95 : “ Mi ero aspettato una brava ragazza del Nord, con le sue idee ben allineate nella testa… e mi sono trovato invece davanti ad una piccola dea, inconsapevole di esserlo”. Un inno alla grazia di Marilena quello che celebrerà La Capria nello scambio di lettere, misto a malinconia per la percezione del riverbero che la bellezza porta con sé :  “una bellezza che non ha bisogno della pesantezza dei pensieri della cultura” e che suscita desideri di “liaisons dangereuses”.

Un re, un anarchico, le ginestre

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

Un re, un anarchico,
le ginestre                                                                                 

Molto si è scritto e parlato della vicenda di Gaetano Bresci, ma la prospettiva del libro di Paolo Pasi (Ho ucciso un principio, vita e morte di Gaetano Bresci, l'anarchico che sparò al re, elèuthera, Milano 2014, pp. 175, € 14,00) è nuova. Conduce nei luoghi dell'anima restituendoci gli ultimi frammenti di vita dell'“anarchico pericoloso”, l'uccisore del “Re Buono”.

Le fini illustrazioni in bianco e nero, dal tratto chiaro e deciso di Fabio Santin supportano una narrazione viva, che ha il pregio di riuscire a insinuarsi nelle pieghe dell'esistenza sofferta, tormentata, controversa, ma soprattutto umana del bravo tessitore di Prato.  Lo scrittore dà voce a dubbi, domande, colora di sfumature e fa vivere il paesaggio interiore del damerino venuto dall'America con una rivoltella nella valigia, calibro 38, a cinque colpi. Popolato da grovigli di pensieri e ricordi, le condizioni dell'animo sembrano riflettersi in modo speculare nel paesaggio fisico che lo circonda.
Così veniamo condotti in una Milano arrancante nell'afa umida dell'estate del 1900 e nel viaggio lento in treno verso Monza. Seduto in compagnia di Luigi Granotti, il Biondino, Bresci ripercorrere la propria vita stampata in un album di fotografie. Attraversiamo la campagna costellata da opifici alla quale si sovrappone l'immagine del Fabbricone nella campagna di Caiano, tra i frutteti, con Gaetano bambino. Un'infanzia negata, la sua, uguale a quella di molti altri bambini, scandita troppo presto dal frastuono di telai, orari insostenibili, rigida disciplina, e la domenica passata a scuola di “Arti e mestieri”. Alla negazione della possibilità di sognare si impone il ricordo della traversata oltreoceano per guadagnarsi il diritto all'esistenza, mentre una donna resta sola, a casa, in attesa di un figlio da lui.

Dalle Ande agli Appennini

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

Dalle Ande
agli Appennini

Pasaporte n° 00031, Milan 2 de mayo de 1978. Firma del titular: Vicente Taquias V. È questo il passaporto cileno, con la “elle” della malasorte stampata sopra, di Vicente Taquias Vargas, Urbano per i compagni. Un passaporto marchiato, per sovversivi indesiderati. Segno distintivo della strategia dell'Operazione Condor per l'individuazione, cattura, eliminazione degli oppositori di Pinochet all'estero. Nella lettera “L” tracciata con il pennarello rosso, il destino già segnato di molti desaparecidos.

L'autore Alessandro Alessandria, nel suo contributo (Dal Cile all'Italia. Cinquant'anni di militanza internazionalista, Sensibili alle foglie, 2013, pp. 304, euro 18,00), ricostruisce la vicenda personale, intensa, umana e politica di Urbano, ma anche quella collettiva e sofferta del popolo cileno. Attraverso documenti e fonti orali offre l'opportunità di accostarsi alla storia non solo del Cile. Una storia che ci riguarda, divulgata da un'appassionata prospettiva non ufficiale.
Urbano, cileno di Santiago, classe 1945. Uno tra le migliaia di esuli ancora oggi sparsi per il mondo, arriva in Italia dopo il golpe dell'11 settembre 1973. Il padre calzolaio e anarchico. Fondatore e dirigente di un'organizzazione sindacale dei lavoratori del legno, durante la dittatura di Videla verrà iscritto nell'elenco nero e perderà il lavoro in fabbrica. “Mio padre si portava dietro, con sé, due scatoloni enormi, due bauli che erano pieni di libri. Pieni di libri! Libri sociali, No?” La morte del padre, avvenuta nel '79, segnerà per Urbano la perdita di un importante punto di riferimento, ideale e affettivo.

Un affresco collettivo, una botta di entusiasmo

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

Un affresco collettivo,
una botta di entusiasmo

Oltre quaranta i ritratti presentati da Massimo Ortalli (Ritratti in piedi, dialoghi tra storia e letteratura, La Mandragora, Imola 2013, pagg. 574, € 32,00), dati alla stampa raccogliendo i contributi pubblicati sulla rivista anarchica “A” in nove anni di assiduo, appassionato, puntuale lavoro di sistemazione. In quasi seicento pagine, sono racchiusi molti tra i variegati apporti diffusi, di recente o in passato, nell'ambito storico e letterario in seno all'anarchismo. Un'operazione davvero lodevole e ben riuscita, mai tentata prima da altri.

Ritratti credibili, come li definisce Paolo Finzi nella sua convinta e partecipata introduzione all'opera, riprendendo un motto dell'amico don Andrea Gallo: non mi interessa se tu sei credente, mi interessa che tu sia credibile.
Ritratti singoli o raffigurazioni plurali, voci corali o assoli, dai colori caldi o a forti tinte, non delineati seguendo una linea sequenziale, cronologica, e proprio per questo restituiti a vita autonoma, in un dialogo con ritratti reali. Il filtro della letteratura è ampliato da approfondimenti bibliografici, documenti, lettere, saggi storiografici e fonti iconografiche: frontespizi di riviste, schizzi, immagini delle copertine di libri, disegni serigrafati, locandine, manifesti, fotografie di ritratti “in piedi”, come quella eloquente del Primo Maggio anarchico, del 1913, riportata in copertina.
Gallerie di affreschi ispirati al titolo dell'opera di Gianna Manzini Ritratto in piedi del padre Giuseppe, amato, spesso incompreso. Un rapporto intimo, difficile da conciliare con l'impegno nella vita pubblica. Memorabili per lei, il Primo maggio passato con il padre o il cavalluccio sopra le ginocchia dondolanti di un buffo ometto con la parrucca e i baffi finti, quale si era presentato Errico Malatesta nella bottega dell'amico Giuseppe. Mentre fuori, il canto dei libertari si mescolava con “l'autentico brusìo della vita”.

Parola di fisarmonicista

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Parola di
fisarmonicista                                                                                                 

“Questo libro che racconta la vita di Jovica Jovic non è scritto per i moralisti, è invece per chi è disposto a contemplare e ad accogliere il valore della fragilità umana, per chi capisce che cos'è l'umanità e la rispetta in tutte le sue manifestazioni”. Così Moni Ovadia mentre dà parola, insieme a Marco Rovelli, alla narrazione della vita particolare di Jovica Jovic

(Moni Ovadia, Marco Rovelli, La meravigliosa vita di Jovica Jovic, Feltrinelli, Milano 2013, pagg. 187, € 15,00). Un'esistenza fuori dalle logiche omologanti di quella cultura che continua a farsi carico del pesante “fardello dell'uomo bianco”, presunta depositaria di una missione civilizzatrice ancora da compiere.
Un libro nato dall'incontro di amici intorno a un tavolo di una trattoria di campagna. Condividono il talento per la musica e una visione del mondo che intende contrastare le gabbie di un'ottica ristretta, deformante, miope, discriminante che pesa ancora troppo, soprattutto sulle culture minoritarie, escludendo altri mondi possibili.
“Io sono nato in un bosco”, dice Jovica. “Sono stato partorito da una zingara, io. Sono colpevole. Non ho mai avuto la mia terra. E non si sa da dove vengo e dove vado. Per questo tutti ci disprezzano, perché siamo senza terra”. Ancora: “Io vi ho raccontato tutto di me. Adesso voi dovete scrivere un libro sulla mia vita. Non ho mai scritto un libro, non ho mai pensato di poter scrivere...” Si convince: “E poi a voi vi ascoltano. Se lo scrivete voi questo libro, tutti sapranno che cosa vuol dire essere rom. Sapranno che è anche bello essere rom”.

La stanza dei fantasmi.Una vita del Novecento

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I fantasmi di Stajano,
per capire il Novecento

Il non poter sapere dà una triste impotenza.
I documenti sono soltanto scheletri che vanno nutriti di carne.
Come possono delle carte far riascoltare voci, rivedere gesti, captare sguardi, far capire lo spirito del tempo?”

La stanza personale e intima di Corrado Stajano (La stanza dei fantasmi. Una storia del Novecento, Garzanti, Milano 2013, pp. 280, € 18,80) è un deposito di Storia.
Piccole cose, petites madeleines suscitatrici di memoria occupano gli scaffali della libreria. Un punteruolo, un piccolissimo liuto, bossoli vuoti, soldatini di piombo,cornicette con medaglie al valore, fotografie saltate fuori da una scatola metallica dei droghieri.  Il tempo, come immobilizzato, viene ri-cercato, lo spazio ri-costruito. Di immediato impatto emotivo la prospettiva diripresa dal basso, quella che fa parlare gli oggetti come giocattoli dimenticati, cianfrusaglie sparse, testimoni inconsapevoli. L'arte maieutica di Stajano li restituisce alla vita. E convince, coinvolge, quel dare voce agli indizi, dettagli preziosi del “Secolo breve”, e agli altri fantasmi che si fanno testimoni concreti, in un dialogo – anche se a volte muto – con la Storia.
Con la sua scrittura chiara, precisa, fluida, a tratti poetica l'autore ci conduce, quasi prendendoci per mano, in un viaggio nella Storia del Novecento. A partire dalla sua microstoria alla ricerca delle proprie radici, incrociando altre storie. Un tempo ritrovato in luoghi intimi, in spazi pubblici. Incursioni della memoria, mai indolori.
Testimonianze rigorose, ben documentate, affidate ai taccuini. Carlo Emilio Gadda, volontario interventista, comprende solo sul campo e racconta cosa è stata la disfatta di Caporetto. Di un'altra guerra ci vengono restituiti, con sereno e ironico distacco, i bombardamenti su Londra dal gran diario di Churchill. Mentre, nel suo rifugio segreto, in un sottoscala, si decide il destino del mondo. E altri bombardamenti ricostruiti dal narratore a partire da schegge di ferro rimaste sullo zerbino e conservate con cura fino a diventare familiari. Confessa: “ero un instancabile raccoglitore di bossoli vuoti”.

(Post) anarchismo queer / Rapporti imprevedibili tra individualità e socialità

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

(Post)anarchismo queer/
Rapporti imprevedibili tra individualità e socialità                                  

àltera, Collana di intercultura di genere diretta da Liana Borghi e Marco Pustianaz, ha appena pubblicato il saggio del ricercatore Samuele Grassi Anarchismo Queer un'introduzione (ETS Edizioni, Firenze 2013 pp. 201, € 18,00). Una miscellanea di contributi, quasi enciclopedica, per un'introduzione, appunto, al complesso, multiforme, variegato, inafferrabile “anarchismo queer”. “Un punto fermo, non scritto” dal quale cominciare, considerato che sul piano teorico lo studio è ancora tutto in divenire. L'autore dichiara di voler esplorare connessioni possibili tra l'etica anarchica e le teorie queer allacciandosi all'ambito anglofono, per valutare se siano traducibili ad altri contesti come quello italiano.
La quarta di copertina ben ne sintetizza gli assunti: “Il queer mina alla base l'acronimo lgbt, si rifiuta di diventare l'ennesimo prodotto-immagine della cultura globalizzata, di essere cooptato dal neoliberismo; sfugge, sempre differente, inassimilabile”. Ancora: “L'anarchismo oggi è alla ricerca di nuove pratiche etiche della responsabilità, di libertà e solidarietà per negoziare rapporti imprevedibili tra individualità e socialità. All'incrocio di queste due pratiche teoriche e attiviste, l'anarchismo queer manda in crisi le opposizioni binarie come etero/omo, bianco/nero, teoria/attivismo, e le sostituisce con espressioni singolari, autonome, antiautoritarie, in continuo divenire antagonista”.

Teatro civile e coscienza critica

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

Teatro civile
e coscienza critica

Il vecchio della torre di Zelinda Carloni è un racconto noir per giovani lettori. Anzi, lettori-ascoltatori, infatti può essere considerato un racconto-spettacolo, adatto a una lettura corale, e in pubblico.
“Vi racconto”. Inizia così “una storia che porterà molto lontano”, mentre coinvolgimento diretto e tono colloquiale della voce narrante abbattono la quarta parete.

Lo "sguardo perso" di Simone Weil

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

Lo “sguardo perso”
di Simone Weil

La clown di Dio. A dispetto del titolo piuttosto bizzarro e delle aspettative di ilarità dell'incipit, la lettura del breve saggio di Monica Cerutti Giorgi (Edizioni Zero in Condotta, Milano 2013, pp. 105, € 8,00), risulta piuttosto ardua. Si legge: “Divertitevi! Divertirsi è cosa molto seria; richiede abbandono e impone disciplina. È una vera passione! Spossante, non c'è che dire: non so come, tanto meno perché, ma c'è gusto”. Al termine della lettura – e concluderla è già un bel traguardo – più che divertiti, si arriva spossati. Ancora: “Qualcun altro ha esclamato: Convertitevi! No, dico: Ricreatevi e divertitevi”. Le esortazioni dell'autrice, purtroppo, non sono accompagnate da uno stile agile, accattivante, coinvolgente, intrigante. E forse questa è la grande pecca. Pertanto, sarebbe stato interessante riuscire a restituire quella leggerezza – propria di una clown di Dio – capace di trasportare su questioni serie, ma con il giusto distacco. In questo caso, il sano divertimento sarebbe stato assicurato e il pubblico di lettori potenziato e appagato.
Tuttavia, con sforzo empatico si può entrare nell'orbita dell'autrice e lasciar fluire, a nostra volta, quei rimandi che la lettura stessa, comunque, suscita. Anche perché l'idea generatrice è degna di interesse.
Monica Cerutti Giorgi dipinge una clown goffa, strampalata, scoordinata. Un'aria estraniata dallo sguardo perso. Maldestra e ironica verso la sua fragilità, ma permeata da una grazia intima, pura. Pensatrice poetante. Visionaria. Creatura celeste. Profeta del presente. Indomabile. Ma è ancora più curioso se in quei panni misteriosi troviamo M.lle Simone Weil. A Le Puy, quando si mette alla testa del movimento dei disoccupati, è la Vergine Rossa. Oppure per strada è l'Anticristo. Ma farebbe pensare anche a una moderna Pulzella d'Orléans.

Rom, questione di sguardi

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Recensioni

Rom, questione
di sguardi

Briciole è il nome dato al trimestrale del Cesvot (Centro volontariato Toscana) che raccoglie gli atti dei percorsi formativi svolti dalle associazioni di volontariato attive in Toscana. Il numero 32 (aprile 2012), dal titolo RomAntica cultura, è dedicato alla questione dell'“invisibilità ed esclusione del popolo rom” ed è curato da Valentina Montecchiari, Martina Guerrini e Valeria Venturini.

Gli interessanti contributi raccolti nella pubblicazione sono il frutto di un lavoro collettivo che indaga esperienze e tematiche di notevole rilevanza e attualità. Offrono uno sguardo plurale e articolato che pone interrogativi, suscita dubbi, e allo stesso tempo rappresentano un'opportunità di approfondimento per una formazione interculturale.
Merita un'attenzione particolare il saggio di Martina Guerrini Pratiche di dis-identità. La discriminazione sessista contro le donne romni in una prospettiva anticolonialista. L'autrice propone un rovesciamento di prospettiva dello sguardo rivolto alla donne romni, attingendo a una metodologia comparativa antropologica – già applicata allo studio delle donne migranti – che impone di ri-guardare con occhi più critici anche la nostra società. Qual è lo sguardo con il quale la nostra società considera quella rom? Caratteristiche patriarcali e sessiste esistono solo nella tradizione rom oppure, in qualche misura, persistono anche nella nostra società, che si considera “più emancipata”? O anche quest'ultimo non è forse uno stereotipo? La nostra società italiana sembrerebbe abilissima nel costruire “immaginari” a proprio uso e consumo. Quale rappresentazione ne dà delle identità delle donne romni?