1945. Per le donne deportate, fu vera Liberazione?

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Guerra Shoah Resistenza

Se vogliamo davvero rendere giustizia a queste donne, a tutte le donne, non basta la memoria storica. E’ fondamentale rivolgersi alle nuove  generazioni per favorire una presa di coscienza delle continue forme di violenza anche “simbolica” esercitate sulla donna.
26 Aprile 1945, sera. “Così si lascia Ravensbruck, così si varca il cancello di questa prigione maledetta ma cantando, nonostante la pioggia, nonostante il freddo, il fuoco e le guardie, cantando le canzoni preparate in un lontano giorno dell’estate passata per ben altra partenza”.

 Sono le parole del diario- testimonianza “L’esile filo della memoria” (Einaudi, 1995) di Lidia Beccaria, staffetta partigiana internata a Ravensbruck e liberata dagli Alleati. Non  solo storia privata, ma voce del destino di un’ intera generazione di  donne nel movimento partigiano, e della memoria collettiva sulla deportazione. La sera del 27 aprile 1945 è ormai chiara la situazione in cui versa l’esercito tedesco . Si attende solo la Libertà, venga dai Russi, dagli Americani o dagli Inglesi.  Come altre donne, italiane, deportate  il ritorno a casa e alla Libertà sarà lento. Dopo Ravensbruck, quattro mesi a Lubecca, poi Amburgo, passando per Norimberga fino a Innsbruck e Mittenwalde e alla lunga galleria del Brennero fino a Pescantina. A piedi, in treno, ancora a piedi, sulle tradotte tra città distrutte, stazioni ferroviarie bombardate, macerie.

La Libertà è lenta a venire

Riappropriarsi del nome e cognome, della propria identità e, allo stesso tempo, come fare a rispondere alla domanda più semplice “Chi sei?”. I primi segnali del difficile ritorno alla Libertà sono scanditi dall’incontro con qualcosa di familiare. Sentir parlare la propria lingua. Ricordarsi dell’esistenza dell’acqua tiepida e del sapone. Riscoprire il sapore di cibi dimenticati, il formaggio, il cioccolato, le noccioline americane in scatola, tabacco in foglie, carta igienica. Vedere sul corpo i primi segni di un ritorno alla vita, un accenno di seno e le costole meno sporgenti. Il pensiero di come ci si sarebbe vestite una volta a casa, dimenticando di avere magari ancora abiti nell’armadio. Ricordarsi della luna. E voglia di casa, il desiderio di libri, di tanti libri. Voglia di affetti.   Ma agli occhi dei liberatori  le donne sono un’altra categoria, non hanno gli stessi diritti dei prigionieri di guerra, non ricevono foglio bianco e busta per scrivere a casa. Spetta solo agli internati maschi. Anche gli  inglesi si rifiutano di  prendersi cura delle donne, persino quelle più gravi sono abbandonate nelle  mani di medici italiani che non avevano medicine per curarle. Così la rabbia delle donne si estende anche agli italiani. Senza colpa, apparivano dei privilegiati.  Attesa vana, tempo senza un domani, nessuna notizia dall’Italia. Lo smarrimento per sentirsi dimenticate anche dalla propria gente. Ad Amburgo, la decisione  di far partire solo gli internati, mentre l’incomodo fardello di donne sarebbe rimasto in attesa di formare una tradotta solo per loro, dà vita a una rivolta inattesa, per reclamare gli stessi diritti. Il diritto al rimpatrio senza distinzione di sesso.   “Eravamo deportate e non civili, non lavoratrici libere, non spose di guerra guerra di tutti i paesi”.

                                                         Lidia Beccaria, staffetta partigiana

30 agosto 1945, arrivo del treno a Milano, in attesa di quello per Torino. E poi, una tradotta  con destinazione casa, Mondovì nei pressi di Cuneo. Nemmeno il biglietto di ritorno è considerato valido dal controllore. “Diceva che quel biglietto valeva per gli uomini, non per una donna. Perché, le donne che cosa ci facevano in Germania?”. Ma  la gente a Mondovì non sa niente, non è informata, non è disposta a credere. Ognuno vive e interpreta il proprio destino come se fosse unico. La casa bombardata, la perdita di un figlio, il  marito, un parente o perché gli avevano rubato il vitello o la gallina. Dopo la Liberazione, non si riusciva a parlarne. Nessuno era disposto ad ascoltare. Si sentivano tutti  responsabili di quello che era accaduto. Negli anni Quaranta prevaleva ancora il discorso pubblico e l’immaginario collettivo della figura vincente del partigiano-maschio-armato.  “Una donna parlare di politica e di guerra? E per giunta  nemmeno ebrea!”.  E chi avrebbe creduto, se gli stessi internati mettevano in dubbio ogni parola.  Tornare a casa, per le  donne è diverso. Sono ritorni di cui vergognarsi, da  confessare al prete come un peccato. Un’ onta essere sfuggite al controllo della famiglia. Condannate all’ invisibilità. Meglio che non si facciano vedere, loro che hanno rotto con la tradizione della domesticità, trasgredito al modello femminile, osato infrangere le leggi non scritte dei condizionamenti sociali. Perché la colpa del Lager non si può cancellare.

La domanda di assegnazione di una sede provvisoria come insegnante elementare  -al momento dell’arresto, Lidia Beccaria insegnava- non viene accolta. “La circolare parla di internati, di vedove e di ebree, e tu non sei ebrea. Puoi andare…”.  “Come partigiana presenti la domanda in ritardo”. “Sarebbe bastato essere stato uomo per aver diritto alla nomina”. “Quelli di Roma che avevano stilato la circolare non si erano preoccupati delle donne”. Punita per essere stata ribelle, aver disubbidito, per aver indossato i pantaloni. E poi “ Deportata? Le partigiane si fanno uccidere, non si fanno prendere prigioniere”.

La vera Liberazione

Lidia Beccaria ha assaporato la vera Liberazione nella città concentrazionaria di Ravensbruck . Scopre una conoscenza “altra”, donne di tutte le culture, di tutti i Paesi d’Europa, dalla contadina jugoslava, alla dottoressa polacca, alle intellettuali francesi. E la scrittura come resistenza alla legge del Lager. Culture diverseda quella imposta, chiusa e censurante. Proprio dal campo nasce la necessità di liberare la mente, aprirsi  agli studi, alle  proposte della  città, al rifiuto degli schemi del perbenismo provinciale. Continuare a tessere le relazioni con le compagne deportate,  amicizie profonde e feconde di solidarietà, così come non l’avrebbe mai conosciuta.  “Sono diventata un’altra persona” .

E oggi ?

Se vogliamo davvero rendere giustizia a queste donne, a tutte le donne, non basta la memoria storica. Oggi si devono pretendere leggi davvero efficaci contro la violenza di genere. E’ fondamentale rivolgersi alle nuove  generazioni per favorire una presa di coscienza delle continue forme di violenza anche “simbolica” esercitate sulla donna  da un contesto mediatico sempre più centrato su proposte filtrate da un’ottica maschile. Prendere le distanze da questi stereotipi veicolati dai media, contrastarli, rappresenta già un contributo in direzione della ri-valutazione del valore e del riconoscimento dei diritti della donna in quanto persona.

Lidia Beccaria, L’esile filo della memoria, Einaudi                                   Claudia Piccinelli

vedi link: www.noidonne.org