Rosa Genoni, creatrice di moda e contraria alla guerra

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Guerra Shoah Resistenza

 Dove sono finite le donne nel racconto della grande Storia? E durante la Prima guerra, qualcuno si è accorto di loro? Si ha l’impressione che siano rimaste invisibili. Poche righe anche nei manuali di Storia. Eppure con la Grande guerra le donne prendono il posto di mariti contadini, fratelli e figli  operai. Le fabbriche si riempiono di donne. Smettono di maneggiare pentolame e strofinacci, macchine da cucire e fabbricano armi. Non sarà così per Rosa Genoni, classe 1867, valtellinese, nata a Tirano, un bel borgo lombardo al crocevia tra centro e  sud Europa. Ma una terra  senza opportunità, soprattutto per le bambine di famiglie numerose.

Con un padre calzolaio e la madre ricamatrice impegnata a fare figli -diciannove nati- a Rosetta bambina, primogenita di dieci anni non resta che prepararsi il  fagottino. Andrà a Milano, da una zia sarta, come aiutante, “ piccinina”. Toglie imbastiture, sistema la stanza, impara a prendere in mano ago e filo, spilli, ferro da stiro, a sentire la consistenza delle stoffe.  Raccoglie  modellini, e con i ritagli di tessuti leggeri confeziona fiocchetti. Li darà a suo padre, per abbellire le scarpette.
Finirà le elementari alla scuola serale. Molto sveglia, apprende in fretta, va nei laboratori milanesi e a 18 anni è già maestra.  Dinamica, aperta alle novità, curiosa e  intraprendente  accetterà di andare a Parigi per approfondire il disegno tecnico e artistico. Lì si rende conto che è importante lavorare in squadra e organizzarsi. Ha chiaro il ricordo delle bambine contadine dei laboratori milanesi analfabete, maltrattate, abusate. Vittime soprattutto dei pregiudizi che  vedono un malaffare l’allontanamento da casa. Sarà stato così anche per Rosa? Sta di fatto che si sposerà con l’avvocato Alfredo Podreider solo dopo la morte della madre di lui, diffidente nei confronti di quella valligiana che lavora, parla ai comizi, e non è mai a casa. Avranno una figlia, Fanny.

 

                                                                          Rosa Genoni

Rosa capisce l’importanza dell’istruzione, unica via per un vero riscatto.  Lei stessa insegnerà e dirigerà  la sezione di sartoria alla “Società umanitaria” di Milano. Sensibile alle rivendicazioni dei diritti delle donne lavoratrici, si avvicinerà presto alla politica.
E’ convinta che l’autonomia concreta nel campo della moda possa aprire la strada verso conquiste sul piano civile, del lavoro, dell’assistenza, del diritto di voto. Matura l’idea di  realizzare la “moda di pura arte italiana” e ne fonderà il comitato. Certo, in Francia Coco Chanel aveva eliminato i busti rigidi, alleggerito e accorciato le gonne.  Per le donne che lavorano fuori casa, gli abiti devono avere linee semplici senza sfronzoli e ornamenti. Ma Rosa Genoni  vuole realizzare una moda svincolata da quella francese.  Proporrà  modelli di grande successo nello stile del passato, in particolare del Rinascimento,  per contribuire alla costruzione di un’identità nazionale italiana. A Milano affiancherà la suffragista Anna Maria Mozzone e diventerà amica di Anna Kuliscioff, socialista e attiva anche lei in prima persona per l’estensione del diritto di voto alle donne. Rosa sarà la sarta di Anna, ideatrice di molti suoi modelli, rigorosi, dalle forme geometriche.  Nello scambio di lettere   l’amica chiede di cucirle un abitino di velluto nero, da indossare ad un evento pubblico.

 

 

In Europa arriva la guerra. Rosa viene distolta  dalla sua attività legata alla moda. Di fronte alla scelta: interventista o neutralista, non ha dubbi. Nel ’14, a Milano alla conferenza “La donna e la guerra” prenderà chiare posizioni pacifiste: “Alle donne spetta il compito di battersi per la pace e la neutralità”.  Raccoglie firme dalle donne per far desistere il governo italiano ad entrare in guerra e trovare una risoluzione pacifica alle controversie internazionali.Intanto, alla stazione di Milano cominciano ad arrivare, soprattutto dal Belgio,  soldati profughi di guerra bisognosi di aiuto. E proprio nei vicini padiglioni Bonomelli  fonda la “Pro Humanitate” per dare un primo soccorso.  Fa installare bagni, rende le stanze accoglienti. Raccoglie reti da letto, materassi, cuscini, coperte. Nel 1915, un mese prima dell’entrata in guerra dell’Italia, Rosa  partecipa  come delegata all’ Aia, in Olanda, al congresso internazionale femminile: si discute del ruolo delle donne per una cultura di pace. Al rientro a Milano, verrà segnalata come disfattista.

Oltre alle azioni di cura,  non desiste dal mettere le altre sue abilità femminili al servizio dei soldati al fronte. Da brava sarta riadatta per loro indumenti smessi, ne cuce di nuovi, sempre sostenuta dall’aiuto di altre donne. Raccoglie e spedisce pacchi con viveri, medicinali, lettere.
Nel ’17 le  intimeranno di cessare l’invio degli aiuti perché, per quelli, ci pensa già la Croce Rossa.Alla fine del conflitto, nel maggio del ’19, è delegata al Congresso delle pacifiste a Zurigo: le donne dovranno avere un ruolo attivo nelle trattative di pace e negli aiuti alle popolazioni colpite dal conflitto. Ma  stanno già attecchendo i germi di un’altra guerra.  Nel 1928 lascerà la professione e l’attività politica, per non  aderire al fascismo. Morirà a Varese quasi novantenne. Rosa Genoni, l’anticipatrice della moda italiana, la militante altruista e pacifista, merita di uscire dal dimenticatoio.

                                                                                               Claudia Piccinelli

 

Marta Boneschi, in Donne nella Grande guerra, AA.VV., Il Mulino, 2014
Aurora Fiorentini, L'ornamento di "pura arte italiana": la moda di Rosa Genoni, in Abiti in Festa (Catalogo della mostra, Palazzo Pitti, 1996)