Caterina Pellegrino, emigrante in Australia

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

La storia di Caterina Pellegrino parte da lontano, dalla Calabria degli anni ’60, quando in molti decidono di lasciare la loro casa  per raggiungere l’incognita, affascinante, misteriosa terra lontana: l’Australia. Dall’altra parte del mondo.

Vita grama

Sono calabrese, nata a Varapodio, ai piedi dell’Aspromonte. La terza di otto figli.  A diciotto anni, il matrimonio. Due mesi dopo  mio marito parte per  Shepparton  Victoria in campagna dai suoi parenti, in una farm. Si è deciso perché non c’era lavoro in Calabria. Solo raccoglitori di olive, agrumi. Uomini e donne si coltivava la terra. Fagioli, verdure, le primizie erano del padrone.  C’erano tanti proprietari terrieri. I signori abitavano nel palazzo con lo stemma nobiliare. E  i contadini lavoravano senza paga. Fichi, uva, nespole la frutta non la potevamo toccare.

Partenza per l' Australia 

Mio marito mi ha fatto l’atto di richiamo. Ci sono voluti due anni per fare i documenti. La visita l’ho fatta a Messina da medici australiani. Ero idonea. Sono partita in aereo l’11 ottobre del 1961. I primi jet, il primo viaggio di questo jet… E dopo pochi mesi si è schiantato contro le montagne di Bombay. Prima l’aereo da Reggio Calabria fino a Roma- Fiumicino. Poi Sidney e un altro aereo per Melbourne. Il giorno della partenza è stato un colpo forte. Non ero mai uscita dal paesello. Sapevo che sarei andata in un posto e non sarei tornata a casa presto. Al controllo, all’ aeroporto, si sono accorti che non avevo il certificato di vaccinazione. Piangevo. Mi hanno portato nell’infermeria e mi hanno fatto la vaccinazione e ho preso una pillola. Sono uscita sorridendo. Sull’aereo lo steward mi ha dato un bicchierino d’acqua. Bianco, tondo, lo ricordo ancora. Quel sorso è stato come un balsamo, ancora adesso sento quel sapore.  Arrivata in Australia , quando mi sono resa conto, ho continuato a piangere. Avevo scritto una lettera a mio marito che sarei arrivata, ma all’aeroporto non c’era nessuno ad aspettarmi. Ero disperata. Un signore mi voleva accompagnare all’indirizzo, ma non era pratico della zona. Così lo ha chiesto alla polizia. Figuriamoci mio marito quando mi ha visto arrivare con la polizia! La lettera era ritornata al paesello dopo due mesi. Io ero arrabbiata con mio marito, ma lui non ne sapeva nulla.  Intanto mio marito si era trasferito a Melbourne. I primi nove mesi in affitto, poi il mutuo. Così abbiamo comprato casa,  al n. 7 Grey Street of  Brunswick  road.

Lavoro in fabbrica

Un nostro vicino calabrese mi ha accompagnato in una fabbrica di jeans. La boss mi ha messo davanti a una macchina. Siccome io avevo la Supernuova Necchi ero già pratica. Così mi ha tenuto. Credeva fossi la moglie di quel calabrese.  Ho lavorato in una fabbrica di jeans a Brunswick. Mi piaceva cucire, fare la sarta. Anche a casa usavo la macchina di mia mamma. I vestiti a mia sorella li facevo io. Tutto il giorno a tagliare e cucire. Il primo vestito a mia zia, con la manica sana, il corpetto stretto. Quando l’ho stirato, col ferro a carbone, mi è caduta una brace e il vestito l’ho bruciato. Allora ho dovuto fare un’altra cucitura per ripararlo.
Ho cucito anche abiti da sposa. L’uomo della cerimonia, quando la sposa entrava, annunciava il mio nome come sarta. I battimani …. I complimenti…  L’ultimo vestito da sposa l’ho consegnato ad una ragazza foggiana, appena prima di lasciare l’Australia e rientrare in l’Italia. Ho fatto  tutto il servizio alle mamme degli sposi, le damigelle e la damina che portava l’anello. Mi spiace di non averla potuta vestire io, il giorno delle sue nozze.
Allora, passati quattro mesi sono rimasta incinta. La bambina è nata e sei mesi dopo ho lavorato in una  fabbrica Commonwealth Government.  Facevamo tende mimetiche, da campeggio militare, zanzariere, paracaduti. Cappelli per la marina, l’aviazione, l’esercito, per tutti i graduati. I “turkish” in plastica molto resistente, specie di cartuccere, o  custodie di arnesi da lavoro tipo chiavi inglesi, cacciaviti. Poi sono stata dislocata a Moreland. Facevo sacchetti per le munizioni e  “pàcarist”,  fascette lavorate formate da piccole pieghe,  messe  intorno al cappello  australiano tradizionale. La tesa è larga. Mi è capitato di vedere nei film che i soldati li portavano.

Operaie della fabbrica. Caterina, nella foto di destra , è  in basso al centro

Ritorno in Italia

In un certo senso sarebbe stato meglio rimanere in Australia. Come hanno fatto mio fratello Paolo, ha un’azienda agricola, una farm. E anche  mia sorella Augusta. Lei vorrebbe rientrare in Italia, ma ormai il destino dei figli è là. Semy, Jimmy, Mirella e poi Lilly. L’ultima  si sposerà in agosto. Invece io, dopo dieci anni, decido di venire in Italia perché non riuscivo a staccarmi dai miei genitori, le sorelle e più di tutti dalla nonna. No, no, non avevo problemi. C’era la “Trieste”, pasta di grano italiano, pasta fresca, fettuccine, ravioli. Carne molto buona, pane ottimo. Mi servivo da un vicino che aveva il forno. Mio marito comprava anche dieci, dodici chili di carne. Un po’ la macinavo e serviva per il sugo. Nella jarda, nell’orto-giardino, coltivavo fagioli, cetrioli, pomodorini. Forse ho fatto male a ritornare, soprattutto per le mie figlie, non so. In Calabria abbiamo comprato un agrumeto e dopo costruito una casa di 600 metri di locale e 215 di costruzione.  Varapodio domina sulla Piana di Gioia Tauro, ma  non dà niente. Puoi uscire per la spesa o andare in chiesa e alla messa. Anche le mie figlie non si trovano al paesello, per questo Connie si è trasferita. Adesso fa il medico al nord, a Rovato. I rimasti sono ricchi. Per me va bene anche così. Risulto raccoglitrice. Ricamo corredi a punto antico, traforino, gigliuccio. Là, una bella cosa, non c’era il pettegolezzo.

Come regalo, conservo una cartolina con i nomi di tutti gli operai del mio reparto della fabbrica Commonwealth. Nella foto cartolina, tutte noi eravamo fuori in giardino. C’erano le russe, tre australiane, sorelle. C’era una maltese, una tedesca, tante jugoslave, una greca. Sempre insieme nell’orario di pausa, si pranzava. Tutte brave ragazze.  La donna russa raccontava delle sevizie durante il tempo di guerra e di sua madre che aveva salvato due bambini.  Per ricordo, ho tenuto anche il biglietto di andata dell’aereo. Invece, il ritorno in nave. Siamo sbarcati a Napoli nel settembre del ’70.  Certo, vorrei ritornarci. Ma solo per un viaggio di piacere.

Partenze per l' Australia, oggi

Negli ultimi due anni, a partire dal 2008, il flusso di emigrazione dall’Italia sembra intensificato. Ma i dati sono approssimativi perché i nuovi emigrati, soprattutto i giovani, non si iscrivono all’AIRE (anagrafe italiani residenti all’estero) o lo fa con notevole ritardo. Comunque è una riconfermata della ciclicità delle migrazioni. E anche l’Italia ha rimesso in moto l’ingranaggio dei suoi spostamenti umani.

vedi link: Il Giornale di Chiari