Operaie nelle fabbriche svizzere

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

Da Sarnico  a Urken sul Cantone Argo e poi a Schoflen e a  Basilea

 

                                                                    La partenza

Nonna Cati  (Sarnico) Sono partita dall’Italia perché -pota- (intercalare) non c'era lavoro e a Casale dove abitavo, la signorina Onegher mi aveva promesso che mi prendeva a lavorare da lei, ad Albino. Questo è successo quando mia sorella si è sposata ed è partita per il Canada, con suo marito, anche lui italiano. Sono partiti con l'Andrea Doria che è quella che è affondata nel ’56. Io avevo anche un’ altra sorella più giovane di me. Hanno assunto lei, perché aveva quattordici anni, così per due anni  le potevano dare la paga da apprendista. Invece a me, siccome ne avevo già compiuti diciassette, dopo un anno, avrebbero dovuto pagarmi di più. Allora mi sono decisa e ho lasciato l’Italia. Da Casale mi sono trasferita in Svizzera e sono andata a lavorare in una camiceria. Il posto me l’ha trovato mia cugina che era già là con suo marito e abitavano in una casa di contadini. Loro mi hanno ospitato. Eravamo in cinque ragazze e dovevamo solo attraversare la strada e là c’era la ditta, una camiceria. I miei padroni erano tre, uno si chiamava Hernst l'altro Peter e l'ultimo si chiamava Rolando. Erano delle gran brave persone. Ci hanno sempre rispettato e ci pagavano come all’epoca andava con i soldi: le prime paghe erano di cento, centotrenta franchi svizzeri all'ora. Eravamo contenti perché si lavorava.

I primi due mesi ho lavorato nella stireria. Una operaia aspettava un bambino e allora ho dovuto sostituire la signora, quando lei è rientrata, mi hanno mandata in camiceria. Due anni dopo, alcuni conoscenti ci hanno  chiesto se andavamo a lavorare sul cantone Basilea. Così siamo andate là  e sono rimasta in quella fabbrica per diciannove anni. Dopo tre anni che ero in Svizzera mi sono sposata e con mio marito sono rimasta fino al 19 aprile del 1977 . Poi ho avuto la mia prima figlia  e anche un altro figlio.  Li portavo all'asilo, ma i primi anni sono stati molto difficili. Il sabato e la domenica piangevo sempre  perché mi mancavano  i miei genitori, le mie sorelle, i miei fratelli. Pian piano, col tempo, mi ci sono abituata. Per avere il sabato libero, facevamo  nove ore e tre quarti  al giorno. Entravo al mattino alle sei e uscivo alle dodici meno un quarto, rientravo all' una e restavo fino a  un quarto alle sei di sera. Ma il problema più grosso è stato quello della lingua. Non conoscevamo il nome delle cose…avevamo anche un po’ vergogna, però pian piano abbiamo imparato alcune parole, un po’ di qua, un po’ di là, un po’dalle amiche e così abbiamo imparato le parole che dovevamo usare tutti i giorni.

                                                  Emigranti bresciane in Svizzera

 Da Sarnico a Sisac, Basilea

Zia Marietì  (Sarnico) Sono partita per la Svizzera che avrò avuto venticinque anni, le bambine una ne aveva cinque e l’altra aveva quasi tre anni. Siccome qui in Italia di soldi non se ne vedevano, mio marito è andato là prima. Perché un suo cugino c’ha detto: "Andiamo, andiamo a vedere cosa c’è,  se ti piace, ti trasferisci anche tu." Infatti è andato in Svizzera, a Basilea, il paese si chiama Sisac. Ha conosciuto i padroni, bravissimi. Ci è piaciuto subito. E’ ritornato qui in Italia, è andato dal suo datore e ci ha dato i giorni. E lui: "Ma come mai, Marchetti va via?"  "Eh, insomma, vado via perché in Svizzera guadagno di più."  "No, guardi, possiamo anche noi aumentare qualcosa" "No, adesso ormai ho deciso. Potevate darmelo prima l’aumento, perché lo sapevate che erano pochi !". E allora -niente- prima è andato lui e dopo otto mesi son partita io, con le bambine. In treno. Lui stava ad aspettarci alla stazione. Avevamo già l’appartamento che i padroni mi avevano preparato, bellissimo…Bravissimi anche loro. In principio, mica che mi è piaciuto tanto, soprattutto per la lingua e poi mi trovavo là sola. In Italia ero abituata con tutti i miei parenti e invece, ero da sola, soprattutto alla sera…mamma mia! Mio marito m’ha detto: "Se ti trovi così male, non si può andare avanti…tutte le sere venire a casa e vederti piangere. Si parte di nuovo". "No, qui bisogna starci perché qui si vedono anche i bei soldini".  E poi ormai avevo traslocato tutte le mie cose… Così siamo rimasti in Svizzera quattordici anni. Dopo che le bambine hanno cominciato ad andare all’asilo e a scuola, facevo qualche ora in fabbrica. Anch’io facevo i pacchi della spugna…impacchettavo gli asciugamani.

Comunque, il disagio più grande è stato anche per me quello della  lingua. In principio, mamma mia! Andavo nei negozi, quando vedevo la roba, indicavo e ci dicevo: "…Questo…questo…questo…". Dopo un po’ di tempo riuscivi a capirei e quando entravi nel negozio: " Il latte…il milk…".  Una volta ambientati, si stava proprio bene in Svizzera. Abbiamo deciso di rientrare perché una figlia voleva abitare in Italia. Abbiamo lasciato  finire all’altra ragazza la scuola e dopo siamo venuti via. Per mio marito non avremmo mai lasciato la Svizzera perché a lui piaceva veramente abitare là. Le figlie, invece: "Dài, andiamo ancora in Italia". E così è stato.

 

                                                    operaia emigrata in una fabbrica tessile svizzera

In treno da Artogne a Basilea a fare la sarta

Nonna Giovanna (Adrara S. Rocco) Avevo ventuno anni. Nel '57, sono andata a Basilea in Svizzera dove si parla solo il tedesco e ci sono rimasta due anni. Sono partita perché un giorno siccome che il  mio papà era il sindaco di Artogne  gli arrivò una lettera con scritto che in Svizzera cercavano delle sarte brave e sempre disponibili. -Pota- (intercalare),  allora mio papà mi ha fatto partire in treno da Artogne fino alla stazione di Basilea, da sola. Volevo imparare a fare i pantaloni, le giacche non più con l’ago e il filo, ma con le macchine specializzate che si faceva più alla veloce. Sono stata subito assunta e assicurata, sì ma proprio tutto in regola, neh. Il mio lavoro? Confezione di giacche e  pantaloni soprattutto da uomo fatte a mano o cucite con la macchina da cucire. Erano capi fatti su misura. La mia paga era altissima, però lavoravo dodici ore al giorno e, in più, venivo pagata anche al capo cioè per ogni pantalone, magari mi davano undici franchi e per ogni giacca trenta franchi. Sì perché la giacca era più difficile. Però, ecco, bisogna anche essere veloci e bravi se no - pota- ti davano poco.

Vivevo in una stanza che mi affittavano due vecchietti, in una casa bellissima con camerieri e tutto, proprio da signori. E io gli pagavo l’affitto e poi gli facevo compagnia. Io comunque ero indipendente. Avevo un bel rapporto con il mio capo, di rispetto e lui rispettava noi. Cercava di aiutarci. Ogni tanto mi domandava se stavo bene, se avevo bisogno di qualcosa o altro. –Pota-, un giorno mi dice in tedesco: "Giovanna ti ho iscritto al corso di canto della chiesa e ai serali per imparare bene il tedesco". -Pota- allora io tutte le sere andavo o in chiesa o a scuola. Ero più fortunata delle altre perché avevo il diploma di stilista e modellista. Un giorno il capo mi dà dieci franchi.  E io cosa faccio ?  Vado a comprare al magazzino un tessuto, ma proprio di quelli pregiati e mi sono fatta un cappotto che tutti mi invidiavano, quando tornavo in Italia per trovare la mia mamma. Tutti mi dicevano che era molto bello.

La mia amica tedesca dopo circa tre  mesi - perché lì eravamo tutte amiche, della stessa età, ventitré anni, ci volevamo bene ed era la prima volta che avevano lì una italiana a lavorare - questa qua mi fa in tedesco, che io lo capivo, ma non lo sapevo scrivere: "Giovanna vai piano a lavorare perché noi siamo troppo indietro confronto a te".  -Pota- ma io venivo pagata di più perché facevo più capi. Dopo due anni avevo deciso che volevo tornare ad Artogne e il mio padrone: "No, Giovanna, rimani qui a Basilea". Lui mi avrebbe affidato la piccola azienda e invece ci ho detto di no, che dovevo andare in Italia perché la mia mamma non stava bene, aveva la sofferenza di cuore. Anche se non era vero. Allora lui: "Ascolta, porta qui tua mamma che io la faccio curare a mie spese. Tu non sposare in Italia, ma sposa qua con me".   E io: "No, devo andare in Italia e non so quando tornerò in Svizzera". Sono tornata in Italia e mi sono sposata subito con il nonno perché eravamo morosi, ma in tre anni ci siamo visti solo poche volte, perché lui non veniva a Basilea. Dopo sposata ho aperto la confezione mia propria e per quaranta  anni ho lavorato ancora nella mia confezione anche come sarta di vestiti su misura, perché ero brava bene, sai,  e avevo i clienti ricchi che volevano  i vestiti fatti a mano.

Un giorno, dopo trent’ anni che ero tornata, mi chiama la banca di Basilea e mi dice: " Lei è Giovanna Martinelli?".   E io: "Pota sì, sono io"   "La sua liquidazione del licenziamento è stata messa sul suo conto in banca e sono maturati gli interessi in questi trent’ anni. Deve ritirare un milione di franchi". Quindi, tanti soldi! Ah, quelli passati in Svizzera sono stati anni molto belli. E pensa che io non volevo più venire in Italia. Sono tornata solo per sposarmi, perché se no, cara la mia Carlotta, il tuo nonno mi lasciava da sola!

 

                                        Giovanna Martinelli  nella fabbrica a Basilea, fine anni Cinquanta

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