Ostetriche, assistenti nelle colonie e vigilatrici d'infanzia

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

Il lavoro di cura: nei reparti Maternità, di assistenza nelle colonie, e bambinaie

 

Nonna Irene (Brescia). Nel ’39 sono nata io. Durante la guerra, mi ricordo che siamo sfollati a Molinetto con la mia famiglia, ospiti di un’altra famiglia di contadini che ci aveva dato una stanza. Avevo sei  anni e il viaggio di trasloco da Brescia a Molinetto l’ho fatto su un carretto pieno di masserizie, tutte le cose che si potevano portare. Ci siamo rimasti fino alla fine della guerra.

ho lavorato nel reparto Maternità

Quando ho cominciato a lavorare come infermiera all’ospedale Richiedei a Gussago, nel reparto maternità, sostituivo un’ostetrica malata. Dopo due anni sono andata a lavorare all’ospedale Civile, nel reparto maternità  dozzinanti , dove si facevano anche i turni di notte per quindici giorni di fila, dalle dieci di sera fino alle sei del mattino. Per l’assistenza al parto, la mutua mi pagava quattromila lire per ogni bambino, cinquemila se il parto era gemellare. Insomma, una miseria per la responsabilità che avevo! Mi è anche capitato di andare in sala operatoria a passare i ferri al chirurgo, così ho assistito alla demolizione di metastasi tumorali all’utero. Erano operazioni che duravano anche quattro o cinque ore. Non era un bello spettacolo! Al tempo c’era l’usanza di battezzare i bambini in ospedale, prima di portarli a casa. E al Civile  i battesimi li facevano due volte alla settimana, il giovedì, per i bambini che erano nati la domenica, e la domenica per i bambini che erano nati negli altri giorni. Le donne rimanevano ricoverate in ospedale sette giorni e quando c’era il battesimo, arrivavano i parenti più stretti e si riunivano tutti nelle chiesetta dell’ospedale. Io assistevo i bambini al  battesimo, che erano quindici o venti ogni volta. Invece, alla Poliambulanza i battesimi li facevano il sabato e la domenica.

  Ho fatto anche l’infermiera in una colonia di Bordighera, dove i milanesi mandavano i loro figli. Mi fermavo là due mesi, a turni di quindici giorni, da fine giugno a fine agosto. Un modo come un altro per guadagnare qualcosa e fare le vacanze al mare. Lo stabile della colonia era su quattro piani e io ero all’ultimo. E quando c’è stato il terremoto in Iugoslavia, l’abbiamo sentito anche lì, tremava tutto e il letto andava avanti e indietro. Abbiamo preso tutti un grande spavento! A me è sempre piaciuta la famiglia numerosa. Mi sono sposata tardi, però ho avuto quattro figli, che sono nati in tre anni e mezzo.  Ma il mio lavoro l’ho lasciato perché volevo costituire il nido della mia famiglia. Era per me inconcepibile consegnare i figli ad altre persone e, quindi, sono contenta della mia scelta, perché ho insegnato ai miei figli il valore della famiglia. Adesso hanno anche loro dei bei bambini, alcuni già grandi, come Veronica che ha diciotto anni. E io credo di essere una brava nonna e mi ricordo molto spesso della mia mamma e mi trovo a fare le cose che lei tante volte faceva o mi diceva di fare.

 

In Ostetricia … al nido

Rita (Chiari) In reparto ho conosciuto l’Agnese Galli, l’ostetrica. Ho iniziato insieme con l’Agnese, lei in agosto e io a settembre. Però lei, Agnese, ha proseguito con il lavoro, io invece nell’83 sono andata in pensione. E quello che mi è mancato tanto è stato il contatto con le persone. In ospedale conosci tanta gente,  tante mamme che ancora adesso mi salutano e a volte mi dicono: "Sai che questo è il mio maschietto e questa è la mia bambina e quest’altra è la bambina della mia bambina, di mia figlia che tu hai visto nascere?". Per fortuna, io ero al nido e di bambini che stavano male non me ne sono capitati. Non mi sono mai morti in braccio o di trovarne morti nella culla. Mi ricordo una notte. Vado in reparto e la mia collega che mi dà il cambio mi fa: "È nato un bambino, un bel bambinone!"  Io  la guardo: "Ma sei sicura che sta bene?". Insomma ho continuato tutta la notte ad  andare su in pediatria a cercare il pediatra per quel bambino che  non mi convinceva: il colorito, il respiro... Poco dopo il bambino è stato trasferito in pediatria. E là è mancato. Però non è mancato in mano a me. Devo ringraziare Dio!

Un'altra volta, c’era ben tranquillo. In ostetricia avevamo tanto da fare i primi tempi. Adesso ci sono quelli delle cooperative che vanno a pulire. Invece noi, di notte, bisognava fare i corridoi, dovevamo pulire le siringhe, lavare i guanti, sterilizzare e fare tutti quei lavori lì e preparare la sala operatoria. E invece adesso c’è tutta roba da buttare dopo che l’hai usata. Quella notte sento un verso. Ho saltato la poltrona che era davanti a me. Una malata stava male. Attacchi convulsivi. Sono andata a prendere un cucchiaio perché andava giù la lingua. Le mie colleghe: "Come hai fatto ad accorgerti?". Non lo so come ho fatto. Me lo sentivo! Per fortuna che in reparto ostetricia di ammalate non ne morivano tante. Ne ho visto solo due o tre, una è proprio morta di parto. Quel ricordo mi è rimasto addosso per un po’ di tempo, perché anche la sua mamma è morta di parto. E quando arrivava in reparto, noi dicevamo all’ostetrica: " C’è qui una rogna!". E invece no, al momento sembrava andato tutto bene. Stavo scendendo a prendere il latte per i bambini perché era mezzogiorno e vedo la suora che mi viene incontro: "Corri, corri Rita che ti aspettano in sala parto!".  Niente…I medici erano già tutti in sala operatoria.… Partita! Penso un’embolia, non so. Aveva già partorito, aveva baciato il suo bambino e subito dopo è successa questa cosa. Ho pianto. Per tanto tempo.

Ogni parto era bello, perché con la malata: "Cosa ti aspetti, cosa non ti aspetti…". Stavamo là ad assisterla e, a volte, la aiutavamo anche a spingere. Altre volte la gioia di dire: "Ah, un bel maschietto!" -  O invece aveva già due o tre femmine e capitava ancora una femmina! Adesso si sa già tutto prima. Ma quando lavoravo io, anche il battito si sentiva solo con lo stetoscopio, come una trombettina di legno che si appoggiava sul pancione. Invece adesso c’è il monitor, ed è meglio.

 

Da Roccafranca a Milano a fare la bambinaia

Nonna Sandra (Roccafranca) La mia famiglia era composta da papà, mamma e tre figlie. Essendo la più vecchia, io sono del ’43, dovevo lavorare per aiutare e sfamare la mia famiglia. In famiglia gli unici a lavorare eravamo io e mio padre. Lavorava in aziende agricole come aiutante. Nel 1954, all’ età di undici anni sono partita per Milano. A casa di questi signori dovevo accudire la loro figlia e fare le faccende domestiche. Quando i genitori se ne andavano a lavorare nel loro negozio, io dovevo sorvegliare la loro bambina Daniela, che aveva un anno e mezzo. Il mio compito era quello di svegliarla, lavarla e prepararle  la colazione. Siccome pure io ero giovane, cercavo di far piangere la bambina per poter uscire con lei a fare una passeggiata ai giardinetti. Tutto questo per quattro o cinque anni. Non avevo la possibilità di trascorrere  le festività a casa mia, così i miei genitori se volevano vedermi, dovevano venirmi a trovare. Ma per via dei costi del trasporto, ci vedevamo pochissime volte.

Da questi signori lavoravo molto ed avevo poco tempo libero a disposizione. Con me erano molto severi ed esigenti. Ricordo, una volta,  di aver rotto la chiave di una porta, e di averla nascosta per paura che se ne accorgessero. Dovetti fare i bagagli quando i miei padroni si accorsero che avevo conosciuto un ragazzo, io avevo quattordici, quindici anni e lui era molto più grande di me, lavorava come tramviere. I miei padroni mi cacciarono e così tornai a casa. Cominciai a lavorare come barista in un’ osteria, in un paese in provincia di Cremona.

Dopo un paio d’anni, volendo sentire come andavano le cose, ho richiamato i miei vecchi padroni senza mai trovarli. Sono venuta a sapere, a distanza di tempo, che la madre aveva aperto un negozio di parrucchiera e che mettendo del veleno per piante in una boccetta di shampoo aveva indirettamente provocato la morte della sua unica figlia. Infatti la bimba, che ovviamente non sapeva cosa conteneva la boccetta, si era cosparsa la sostanza sulla testa  e forse l’aveva anche bevuta. Il padre poi ho saputo si è dato all’alcool, senza più uscirne, mentre la madre è stata rinchiusa in un manicomio. Mi è dispiaciuto moltissimo, avrei voluto saperlo in tempo perché, magari, avrei potuto aiutarli oppure avrei  partecipato al loro lutto.

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