A Roma, a casa di una contessa come dama di compagnia

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

A Roma la vita era molto diversa da quella di Borgo S. Giacomo

Nonna Irene (Brescia ).  Mia mamma Beatrice è nata a Borgo S. Giacomo nel 1900 ed è morta a sessantasei anni. Da giovanissima, prima di sposarsi, è andata a Roma in servizio da una contessa della sua zona. Quando mia mamma ha deciso di partire per Roma ha avvisato il suo fidanzato ed è divertente il modo in cui si sono salutati. Lui non le credeva ed è andato in stazione ad aspettarla. Quando l’ha vista salire sul treno, non ancora convinto, è salito anche lui, ma quando si è accorto che il treno stava per partire, con impeto l’ha abbracciata e l’ha baciata davanti a tutti. Figurarsi mia mamma come si è sentita! Era molto imbarazzata, ma il suo fidanzato ha dovuto prendere atto che lei non scherzava e, quindi, non si sarebbero più visti per un bel po’. La posta a Roma arrivava tre volte al giorno e lui per tre volte al giorno le scriveva lettere infuocate per dimostrarle il suo affetto, che non scherzava, che faceva sul serio….

La vita di Roma era molto diversa da questa di Brescia e specialmente di Borgo S. Giacomo.  Mia mamma a Roma svolgeva con la cuoca alcune mansioni di servizio. Il marito della contessa era un Senatore della Repubblica, non avevano figli. La sera, se c’erano concerti o commedie, accompagnava a teatro in carrozza questa signora, poi ritornava a prenderla, sempre in carrozza, con il cocchiere. D’inverno rimaneva per sei mesi a Roma, In primavera, con la borsetta e con i gioielli della sua padrona, prendeva il treno, arrivava a Brescia e poi a Roè Volciano, dove avevano una villa, e lì si trattenevano per tutta l’estate, per ritornare a Roma solo in autunno. In questa villa era spesso ospite Gabriele d’Annunzio con le sue cortigiane  e la signora contessa era amica molto di Gabriele d’Annunzio. Anche mia mamma l’ha visto diverse volte, l’ha conosciuto indirettamente. Mi raccontava che lui  l’aveva sconsigliata di tenere -siccome aveva tutto un filare di alberi di pero- lui le aveva detto che era prosaico, non era di buon gusto  e, quindi, l’aveva consigliata di togliere le pere e di mettere le rose. Le rose saranno anche state belle, profumate, facevano bella figura, ma le pere…quelle erano molto buone!  Anch’io da bambina ho incontrato la contessa, ma non me la ricordo molto bene. Nel frattempo aveva perso il marito, il Senatore della Repubblica. E’ successo nel’42-’43. Le aveva lasciato un vitalizio di cento lire al mese,  veramente poco. La contessa era proprio disperata e diceva a mia mamma che aveva dovuto vendere la villa di Roè Volciano perché con questo vitalizio lei non ce la faceva ad andare avanti. E difatti la contessa è morta in povertà. 

Quando mia mamma rientrava a Brescia, mio papà, che allora era il suo fidanzato, andava alla stazione e poi insieme passeggiavano ai giardini, in castello, che ne so, in un posto dove poter restare soli.  Mia mamma non si cambiava, era tutta agghindata con il cappellino e i gioielli . Si incontravano di nascosto e lui, che non voleva dire ai suoi genitori che non andava a lavorare, si presentava con i calzoni da lavoro, con le pezze sulle ginocchia. Quando c’erano le effusioni - mi ricordo che mia mamma me lo raccontava sempre-  quando c’erano delle carezze, dei baci, a lei scappavano gli occhi sulle pezze e diceva: "Mi passava tutta la poesia a vederlo così !". Ma poi, quando è rientrata definitivamente da Roma, l’ha sposato. E poi, sono nata io...

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