Bruna Chittò, da Chiari a Milano: balia, donna di casa, operaia

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Donne, lavoro, emigrazione

Il racconto di Bruna Chittò, classe 1942. Tempi duri " Dovevi mandar giù amaro e sputar dolce".

11 anni e già al lavoro

Abitavo a Chiari, in via Carmagnola. Andavo con due ambulanti al mercato delle fiere a Soncino, Orzinuovi. Fuori casa tutto il giorno. Facevo la balietta, tenevo il loro bambino. Ero piccola, ma si fidavano. Poi ho cominciato da Rovetta, una famiglia con panificio e pasticceria. Mi davano la colazione, il pranzo, la merenda. Per quello, andava bene. Lavavo tutto a mano  e lo trasportavo  con la carriola fino alla castrina, vicino alla stazione. Ai lavatoi sciacquavo sotto la tettoia nell’acqua corrente. Avevo paura, tante volte prendevo la scossa. Tornavo sempre a casa con il grembiule bagnato. Alla domenica capitava di fermarsi fino alle tre, e poi di corsa al catechismo, perché era obbligatorio.

 

                                                             Bruna Chittò  con il marito

 

A Milano, 24 ore su 24

Mio papà mi ha cercato un posto a Milano, da una signora, 24 ore su 24. Ho preso la mia valigetta con poche cose e son partita. Tornavo a casa una volta al mese. Lei, Anna Magnani -ma non era l’attrice- era sempre ammalata. Due figli, il marito, a volte il nonno, insomma, facevo tutto io. Ero timida, non toccavo neanche il pane. Mio padre mi chiedeva ti trovi bene? Io non dicevo la verità perché sapevo che avevamo bisogno. Insomma, mandar giù amaro e sputar dolce. Ha invitato i miei a pranzo: una fetta di prosciutto che si vedeva tutta Milano tanto era trasparente. A me il frutto non l’ha dato, forse non mi spettava. Me lo ha dato dopo mia mamma, il frutto, il suo. Non lo aveva mangiato per lasciarlo a me.

La pausa? Quando andavi a dormire

Ma dopo ha scritto una lettera alla signora: forse a mia figlia non fa bene l’aria di Milano, perché l’ho trovata deperita. Non mi ha più mandato. Ho provato da due professori, con tre bambini e il nonno. Brava gente. Volevano portarmi al mare, per i bambini. Tornavo a casa solo due volte all’anno. Non me la sentivo. Dopo, mi è capitata un’altra egoista, con due figli. Tante volte la sua Paolina, ma guarda, proprio di sabato si ammalava, così dovevo fermarmi. Non uscivo mai. La pausa? La pausa era quando andavi a dormire, in uno sgabuzzino con dentro un letto. Quella era la pausa.

Non volevo fare la cameriera

Un giorno, ormai avevo 15 anni, ho detto : papà, solo io faccio la cameriera, le mie amiche sono tutte in fabbrica. Il lunedì mattina ho incontrato sul treno una ragazza di Chiari, lavorava a Lambrate, all’ Arcus, facevano le calze. Sono andata con lei. Ho aspettato il padrone, il signor Minà. Mi ha preso subito. Ho chiamato mia sorella - anche lei cameriera a Milano-, vai a dire alla mia signora che non  vado più a lavorare, prendi una scusa. Era il ’57, l’anno dell’ asiatica, avevo la febbre alta, ma non mi sono mai fermata. Sempre a sgambettare per prendere i treni. Non era ancora fermo ed ero già giù. Partivo da Chiari alle cinque e mezza, tornavo con l’ultimo delle otto. Cenavo, dormivo e al mattino ripartivo. Ero giovane, mai stanca. Se in fabbrica serviva, si andava anche alla domenica. Una pausa solo per mangiare. Al mattino compravo 50 lire di pane, tre panini. Uno a colazione col formaggino Mio, gli altri a mezzogiorno, e fino a sera, più niente.

Preferivo la fabbrica

Io ero al fissaggio. Pesante, sempre in piedi. In due, facevamo il lavoro di quattro, per venti lire in più all’ora. Al forno, due uomini. Le calze di nailon uscivano dal forno calde, con tutto il vapore. Se erano corte, bisognava tirarle. In fretta si formavano le dozzine, da mettere nelle ceste.  All’ inizio ti mettevano a una macchina, poi a un’altra. Lavoro a catena. Dopo l’orario, si doveva anche pulire, scopare tutto. Perché tocca sempre a me? Le altre vanno a casa. Sói chi? miss scuarina? L’ho detto al direttore e ha sistemato le cose. Una volta mi hanno portato via le pantofole, con la neve alta così sono tornata a casa con le ballerine. A una ragazza si erano rotti i tacchi, se le era messe su lei le mie scarpe.

Multe e licenziamenti

Ah, il direttore stava a controllare. Tu non lo vedevi, ma lo sentivi. Ti dava la voce, non col tuo nome, ma si capiva a chi era rivolto : Paisà, Marturon, hai preso la multa. E io, quando? Lui : prima, quando stavi parlando.  Una compagna mi ha chiesto se mia sorella si sposa in bianco, ho risposto sì. Avevo detto solo quello. Scusi, il mio lavoro lo faccio. Perché chiama sempre me? Comunque, la multa, 100 lire -voleva dire mezz’ora di lavoro- io non l’ho mai trovata nella busta. Ma altre sono state licenziate, come Erminia che ha risposto male alla maestra. Alcune, siccome le calze non le potevamo prendere dalla fabbrica, se le mettevano addosso, sotto la gonna o il vestito. Se all’uscita si accendeva la luce rossa dovevano andare alla stanza del controllo.

Ma io non stavo zitta

Bisognava filare. Rabbioso, il direttore una volta mi ha detto che mi avrebbe dato un calcio nel sedere.Volevo andarmene. Arriva il padrone, con la sua pipa in bocca: dove vai? chiedi scusa, hai risposto male. E io: mai.  Me ne sono andata a casa.Non stavo zitta.  Quando in busta paga una volta mi sono accorta che mancava  una giornata: ascoltate, io non sto chiedendo la carità, chiedo quello che mi spetta. Mi hanno dato la mia giornata. E il direttore Beccaria, anche dopo sposata è venuto a cercarmi a Chiari, mi voleva da lui a lavorare, nella sua ditta personale.  Sette anni in fabbrica, significa che il mio lavoro lo sapevo fare.

La paga, tutta in casa

Comunque, prendevo più di mio papà, già in pensione. Era malato. Davo tutta la paga in casa. Mia mamma mi dava 4000 lire al mese per la mia dote. A Natale, paga doppia, ma a me sempre 4000. Brontolavo. Così a Natale sono riuscita a farmi dare 10.000 lire. A volte, a Lambrate, al mercato del lunedì prendevo un paio di calze di nailon a mia mamma. Oppure con 100 lire, un sacchetto di olive. Per me, spendevo poco. Solo ogni tanto al cinema Sant’Orsola, ma siccome si andava di sabato, e alle otto di sera era troppo tardi, mio papà: niente cine questa sera.

 

 

Sul treno, il nostro incontro

Però la dote, dai, una soddisfazione. Franco l’ho conosciuto sul treno. Lavorava al Raspai -dicevano così a Milano- come camionista. Tornava a casa una volta alla settimana. Mi diceva: quel ragazzo di Brescia non è adatto a te. Franco mi faceva la corte, ma io non lo volevo, non avevo voglia di fidanzati. Cambiavo l’orario del treno per non incontrarlo. Allora lui prendeva il mio treno per riuscire a vedermi. Poi abbiamo provato. E  siamo ancora insieme, da 54 anni. Una vita. E son volati.

 vedi link: Il Giornale di Chiari