Alfredo Lorini, Murì, classe 1927. Conventiniano, numero 14

Scritto da Claudia Piccinelli. Postato in Bambine e bambini

Il racconto di Alfredo, dal  1934 al  1945:  l’ infanzia e adolescenza, da sette anni fino al termine della Seconda guerra, in Conventino. A 33 anni, la mamma Celeste  lascia orfani  tre figli .  I  due maschi andranno in orfanotrofio, vicino alla chiesa di Santa Maria, la sorella  dagli zii a Milano.  Alfredo, il fratello maggiore, la rivedrà solo dopo i 18 anni di lei. Oggi, per Alfredo, Paolo Bocchi è  l’unico grande  amico del Conventino rimasto.

 

Ero un numero : il 14

Di notte, quando non dormo, mi alzo e scrivo:          

“Sono un ragazzo di 89 anni, numero 14. Un numero che  oggi come oggi, dopo 71 anni mi risuona ancora nelle orecchie: 14. Ti davano il numero, per quando serviva il cambio vestiti. Vorrei tornare bambino, giocare con dei balocchi sul viale di uno splendido e ordinato giardino. Ma ecco, si fa presente un pesante destino, che mi prende per mano, mi porta lontano, molto lontano verso quattro tristi mura della mia infanzia chiamate: Conventino”

Acqua gelida e preghiere

Ecco: levatacce mattutine, lavarsi con l’acqua gelida. La contessa Mazzotti aveva fatto mettere due docce di fuori, dove c’era il dormitorio, uno stanzone  molto freddo.
Certo, non stavi sotto mezz’ora, ma almeno eravamo puliti. E quante  messe prime, in chiesa con gli occhi chiusi per il sonno arretrato. Abbiamo imparato dal prefetto tutte le preghiere, povero diavolo, valeva proprio nulla, conosceva solo le preghiere.

 

 

                         Seconda festa del Conventino,1981. Alfredo Lorini il primo in piedi a destra

 

Avevamo fame

Ci davano fichi secchi cotti nell’aceto o nel vino,  una fetta di polenta, e… corer.   Con un sacchetto, ci mandavano  a raccogliere le castagne sul monte di Coccaglio , ma non le mangiavamo, sparivano tutte. Allora bisognava arrangiarsi. Con un certo Celeste Belloli, Birulì,  appena la porta del Conventino che dava sulla strada era aperta, prendevamo i fichi secchi del fruttivendolo di fronte,  messi  fuori nella cesta.  Alla trattoria Stefanelli, lì vicina, la signora Zaveria e il signor Giuseppe: “Ehi, Murì, tò una scodella di trippa però portami indietro la scodella e il cucchiaio, ricordati”. Eravamo al  Conventino solo per vivere.

Castighi inutili

Come quella volta della madonnina, sette giorni di pane e acqua. In cortile abbiamo sempre giocato con il pallone, lì a sinistra c’era un purtegot, e in fondo  una madonnina, metteteci anche un vetro davanti, no? Una pallonata ha preso la testa, è rimasta salda solo per il filo. Il marmista mi ha fatto il gesso e io ho cercato di rimettere la testa al suo posto. Nel mese di maggio,  madre Tarcisia, suor Demetria e suor Guglielmina  durante il rosario : “ Miracolo! La madonna ha girato la testa”. Non l’avevo sistemata bene. Sette giorni di pane e acqua. Gli altri però di nascosto mi passavano qualcosa.

Quando s’è gnari, s’è gnari

Il vero castigo, quando ho rubato le uova alle monache, nel pollaio, là in fondo.
Hanno chiamato il nuovo prefetto  -dovevamo chiamarlo così, ma ancora oggi non ricordo, non capisco perché - : “Stasera mi porti il piatto”. E io, prima ho mangiato la cena, poi gli ho portato il piatto. Mi aveva detto così, no? Con una bacchetta di salice mi ha sbacchettato. “E domani in castigo inginocchiato sul granoturco” . Allora io in ginocchio sul granoturco:  cò cò còccòdè còooo còo còccodè còccòdè. Ho fatto ridere tutti. Così mi hanno mandato a sedere al mio posto.

Giovavo poco leggevo molto

Me ne stavo in disparte, leggevo molto,  quello che mi capitava. C’erano i libri sulla Madonna e la vita dei santi . Ma ho letto anche “Guerra e pace” di Tolstoj, dalle Landriani. Durante le vacanze mi mandavano nel loro negozio in via Villatico a fare i cartoccini per mettere lo zucchero. Da loro mangiavo patate cotte nella cenere.  Quando in estate non c’erano clienti, andavo in cortile, all’ombra, e leggevo.

 Silenzio  

Scrivo nei miei appunti: “Quanta solitudine, quanto silenzio, anche se allora eravamo in 25. Il silenzio era per ognuno di noi: quando uscirò? Il fatidico giorno era molto lontano. Dovevano passarne di giorni, li ho contati: 4015 uguale 11 anni.  In tutti quegli anni  ho imparato solo a  fare i cartoccini dalle Landriani. Sono passati 71 anni, ma quei maledetti ricordi fanno ancora capolino. Destino, null’altro che il destino.
Un ragazzo di 89 anni, numero 14”.

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